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"Libertà significa dire alle persone
quello che non vorrebbero sentirsi dire."
George Orwell
By Francesco Murru
Quando eravamo bambini ci piaceva giocare a nascondino, era il gioco più amato. Dopo una conta veloce “ambarabacicicoccó” il poveraccio di turno doveva sperare di trovarci prima che qualcuno di noi facesse tana. Soprattutto doveva sperare di scovare l’ultimo dei nascosti, perché capace del magico potere di chiamare “tana salvatutti!”.
Mi sono ricordato di questo divertimento dei tempi che furono dopo aver letto l’ultima fatica editoriale (*) di Jesús Morán, attuale co-presidente del movimento dei focolari: "Fedeltà dinamica". (vedi link)
Molto furbescamente Morán è proprio quello che prova a portare a casa, un “tana-salvatutti” che sollevi il movimento dei focolari, la persona di Chiara e di chi l’ha mal consigliata, dalle responsabilità, errori e derive che hanno provocato. Basterebbe anche solo questa frase per stanarlo:
"Prima di continuare, occorre, però, fare alcune doverose ed essenziali precisazioni. Quanto appena detto non significa, in alcun modo, che bisogna intentare un processo a carico di qualcuno, perché l’attualizzazione del carisma e dell’Opera non si fa dagli scranni di un tribunale, ma 'attorno al tavolo' di Gesù in mezzo a noi, con un’azione dal particolare sapore eucaristico - in quanto azione di grazia - e in un’assemblea presieduta dallo Spirito Santo che ci fa Corpo di Cristo nella lode del Padre. Dunque, si tratta della ricerca di una 'verità senza processo'; processo che sarebbe certamente inadeguato."
Nell’ordine ha messo in gioco “Gesù in mezzo”, l'Eucaristia, la Grazia, lo Spirito Santo, il Corpo di Cristo e il Padre. Chiaro no? Il tutto per giustificare senza provare vergogna la "ricerca di una verità senza processo". Pretesa che è un chiaro sintomo di autoreferenzialità ormai conclamata. Morán è furbissimo e gli piace vincere facile. Ma ha fatto i conti senza l’oste e non ha preso in considerazione, perché non abituato forse - suo malgrado - un serio contraddittorio tra adulti. Non ha pensato a tutte quelle persone che pur avendo genuinamente creduto in Chiara, sono state travolte e ferite (a volte in maniera irrimediabile) dalle derive del suo pensiero. E questo perché, come ci insegna Morán:
"L’abuso non è solo un momento – o più momenti – di violenza, manipolazione, inganno e sottomissione. Entra nell’anima, così come nel cuore e nella mente. È una rottura del sé e del fondamentale senso di sicurezza da cui dipende l’identità"**
E quindi dispiace dover affermare l’ovvio, ma non c'è verità senza giustizia e un "processo" a Chiara e al suo pensiero va fatto eccome. Prendetelo come un servizio che vi facciamo. In qualche modo vi stiamo costringendo a fare i conti col vostro passato, ad assumervi le vostre responsabilità ed ad innescare forse un cambiamento che, come voi stessi vi rendete conto, é ormai irrinunciabile.
Non molleremo la presa sino a che non vi deciderete a riconoscere che il pensiero di Chiara Lubich e la prassi che ne é scaturita reca in sé anche degli errori strutturali e sistemici. Dovrete quindi correggere il messaggio che vorrete portare avanti, in maniera che alcuni errori, da cui sono scaturiti abusi di ogni ordine e grado, non si ripetano mai più. Uno per tutti: l'impostazione trinitaria del pensiero di Chiara che presuppone sempre un "padre" a cui i "figli" devono obbedire sino al sacrificio di croce. Vorrebbe essere dinamica ma alla fine si é rivelata estremamente verticistica e gerarchica. Anche in questo caso basterebbe tornare al Vangelo: "E non chiamate nessuno "padre" sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo. " (Mt 23,9)
Morán comunque ci prova a salvare "capra e cavoli" e si spertica nell'affermare che:
Non molleremo la presa sino a che non vi deciderete a riconoscere che il pensiero di Chiara Lubich e la prassi che ne é scaturita reca in sé anche degli errori strutturali e sistemici. Dovrete quindi correggere il messaggio che vorrete portare avanti, in maniera che alcuni errori, da cui sono scaturiti abusi di ogni ordine e grado, non si ripetano mai più. Uno per tutti: l'impostazione trinitaria del pensiero di Chiara che presuppone sempre un "padre" a cui i "figli" devono obbedire sino al sacrificio di croce. Vorrebbe essere dinamica ma alla fine si é rivelata estremamente verticistica e gerarchica. Anche in questo caso basterebbe tornare al Vangelo: "E non chiamate nessuno "padre" sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo. " (Mt 23,9)
Morán comunque ci prova a salvare "capra e cavoli" e si spertica nell'affermare che:
"...è importante distinguere bene quando si è di fronte a un abuso. Non è corretto guardare indietro e vedere abusi dove c'era unicamente una dinamica di unità molto radicale e carismatica che forse oggi non sarebbe tollerabile…"
No, no! Guardare indietro è invece correttissimo, legittimo e necessario (in senso filosofico per giunta) perché proprio quella dinamica di unità molto radicale si basava su presupposti sbagliati, malati, non attinenti al vangelo; ed era intollerabile anche allora, e infatti é stata la causa dell'emorragia di consacrati nel movimento dei focolari. Quindi mi dispiace focolarini ma dovete guardare indietro. È un atto di maturità che non si può saltare a due piedi come state provando a fare. Non siamo più fra bambini che giocano a nascondino. Da adulti si impara ad assumersi le proprie responsabilità. Coraggio.
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Photo by Mehmet Turgut Kirkgoz
* Lo abbiamo letto tutto. Ci sarebbero davvero tanti punti da discutere e tanti spunti su cui dialogare. Probabilmente faremo una recensione più approfondita in seguito.
** J. Hanvey, Guida alla lettura della “Lettera al popolo di Dio” di papa Francesco, in Francesco (J.M. Bergoglio), Lettere della tribolazione, cit., p. 129.
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Photo by Mehmet Turgut Kirkgoz
* Lo abbiamo letto tutto. Ci sarebbero davvero tanti punti da discutere e tanti spunti su cui dialogare. Probabilmente faremo una recensione più approfondita in seguito.
** J. Hanvey, Guida alla lettura della “Lettera al popolo di Dio” di papa Francesco, in Francesco (J.M. Bergoglio), Lettere della tribolazione, cit., p. 129.
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