Plur1bus Focolarino
del come e perché il sogno del mondo unito focolarino si è rivelato distopico
Pubblicato su "Preferisco i giorni feriali" di Federica Tourn
di Francesco Murru
(ATTENZIONE SPOILERS)
"È preferibile un mondo perfettamente felice se per ottenerlo bisognasse rinunciare alla propria individualità?"
Questa domanda è la spina dorsale narrativa di una recente serie televisiva, Plur1bus.(1) In un dato momento della storia contemporanea un misterioso fenomeno legato a un segnale proveniente dallo spazio collega e uniforma quasi tutta l'umanità in una sorta di coscienza collettiva. Le persone diventano straordinariamente felici, pacifiche e apparentemente empatiche ma incapaci di riconoscersi e esprimersi nei termini delle individualità che erano fino a poco prima del cambiamento. Guerre, conflitti e criminalità praticamente scompaiono.
Tutti sono contenti... non proprio: una scrittrice, Carol, risulta immune a questa trasformazione, con lei una dozzina di altri essere umani sparsi per il globo terraqueo. Mentre il resto dell'umanità vive in apparente armonia come parte di una mente forzatamente uniforme e condivisa, Carol conserva la propria individualità, le proprie emozioni e il proprio libero arbitrio. Da qui nasce il conflitto centrale della serie: Carol cerca di capire cosa sia accaduto e se sia possibile invertire il processo, mentre la coscienza collettiva, "gli altri", cerca di forzarla ad uniformarsi a loro.
È questa una storia dove si affrontano temi come la libertà individuale, il valore del dissenso, il rapporto tra felicità e controllo, cosa resta dell'individuo quando tutti pensano allo stesso modo, l'Identità personale e libero arbitrio, Il prezzo della felicità universale, il conformismo contro l'individualismo, la solitudine e l'appartenenza e infine la riflessione filosofica sul concetto di "utopia".
Plur1bus suggerisce che una serenità senza attrito e conflitto può diventare una prigione, soprattutto se per ottenerla bisogna rinunciare alla propria libertà di scelta. La domanda da un milione di dollari è: "cosa resta di noi se perdiamo la nostra individualità per perderci in un "noi" indefinito?" Plur1bus ci mostra che l’umano non è solo connessione, empatia o appartenenza, ma anche conflitto, frizione, isolamento, desiderio personale e possibilità di restare imperfetti. Ed è proprio questa tensione tra bene comune e libertà personale che rende la serie così attuale e intrigante.
Gli “altri”
Oltre la scrittrice Carol, i veri protagonisti della storia sono "gli altri" ossia l'umanità convertita per la quasi totalità in una mente collettiva pacifica e apparentemente appagata. Gli "altri" sembrano accettare di buon grado i desideri delle pochissime persone rimaste immuni, ma ammettono apertamente che cercheranno di assimilarle non appena impareranno come farlo. Questo crea una tensione inquietante: gli "altri" non sono ostili nel senso tradizionale, ma rappresentano comunque una minaccia esistenziale per chi vuole restare sé stesso. E ciò che li rende affascinanti come antagonisti è la loro ambiguità morale: non sono malvagi, piuttosto sereni, privi di conflitti, dolore e di individualità. Sempre e comunque sorridenti non usano violenza diretta. Eppure la loro semplice esistenza coincide con la fine dell'individualità umana.
Gli “altri” condividono pensieri, memorie e obiettivi come se fossero un’unica coscienza distribuita in molti corpi; agiscono come una rete, non si comportano come singoli individui, ma come un sistema coordinato che parla e decide in modo unitario. La logica sottesa al loro comportamento è quella dell’efficienza collettiva: se tutto è condiviso, tutto è di tutti, tutto è in tutti, non servono conflitto, gelosia, competizione o dolore. Il problema, però, è che questa apparente perfezione cancella ciò che rende una persona unica: errori, contraddizioni, desideri privati e persino il diritto di stare male. L'apparente armonia degli "altri" è totalizzante: non tollera chi non è parte del sistema e anche il ben minimo conflitto è vissuto come una malattia con esiti talvolta mortali per migliaia di persone. La loro felicità è costruita, non libera: è un benessere che nasce dal controllo, non da una scelta, e quando questo controllo sembra venire meno vanno in tilt esistenziale. Gli "altri" svelano chiaramente il rovescio della medaglia dell’utopia imposta: una società totalmente armoniosa può diventare disumana proprio perché non tollera alterità.
Il secondo fine
Con la scrittrice Carol gli “altri” hanno un rapporto particolare essendo una delle poche immuni all'uniformità, quindi rappresenta sia una risorsa sia un problema. La trattano spesso con pazienza e disponibilità, ma non la riconoscono davvero come soggetto individuale. Per questo Carol percepisce il loro mondo come una gabbia: sono “accoglienti”, ma la loro accoglienza assomiglia a un assorbimento. La manipolazione con cui gli "altri" accolgono Carol (e i pochi altri immuni) è il "love bombing", un affetto eccessivo, iper-sovrabbondante, gentilezza senza limiti, attenzione costante, offerte di aiuto, cure, sicurezza, elogi, disponibilità assoluta e sorrisi a profusione.
Si viene a creare così una situazione in cui Carol si lega emotivamente agli "altri" che vogliono ad ogni costo assorbirla. Il loro amore non è autentico, ha sempre un secondo fine ed è un meccanismo di controllo che usa l’affetto per cancellare la libertà e neutralizzare la resistenza, lo stesso che si attiva nei contesti di manipolazione psichica e nelle sette: farti credere che tu sei "il più importante, il più amato, il più speciale", per creare un legame emotivo e una forte dipendenza.
Ogni parola di Carol viene accolta con calore, ogni richiesta soddisfatta, ogni bisogno anticipato. Non la lasciano mai sola, non le dicono mai “no” almeno sino a quando le sue reazioni, i suoi tipici scatti d'ira, o domande scomode diventano insopportabili e ingestibili per gli "altri" che la ripagano col più perfetto ostracismo, ritirandosi, lasciandola completamente da sola e isolata.
Autofagia
C'è poi un aspetto eclatante degli "altri" che vale la pena evidenziare: pur nella più perfetta uniformità, questo organismo collettivo non è in grado di sostentare se stesso ma deve ricorrere all'autofagia(2). In biologia, l’autofagia è il processo con cui una cellula, in mancanza di risorse esterne, digerisce parti di sé stessa per sopravvivere e riciclare energia. Per fare fronte al loro sostentamento, gli “altri” producono uno speciale liquido nutritivo che contiene proteine di origine umana ottenute dai cadaveri dei defunti. Si tratta di un espediente narrativo che ci fa capire che non avendo una fonte di sostentamento vera, esterna a sé, la coscienza collettiva degli "altri" non può generare nuova energia, nuova vita, nuova creatività, come sarebbe normale se ci fossero persone vere, non fuse. E per sostentarsi e mantenere la loro stabilità gli “altri” sono costretti a consumarsi, consumare le proprie energie, consumare le proprie membra (individui), consumare la propria storia, memoria e potenziale. In altre parole, il sistema degli "altri" non è vitale perché intrinsecamente autoreferenziale: si nutre della propria esistenza per continuare a sopravvivere, ma non cresce, non si rinnova, non crea nulla di nuovo. È un’armonia illusoria che nutrendosi di se stessa abolisce la differenza, la libertà e il conflitto. Così non può essere davvero vitale, non può generare nulla di nuovo ma può solo riciclarsi. La sua “perfetta unità” è in realtà "uniformità" fragile e parassita e senza input esterni. In questo senso l'autoreferenzialità degli "altri" rivela come un mondo di entità perfettamente uguali, senza individualità, non è sostenibile, è autofagia.
Interessanti somiglianze
Fin qui la fiction distopica. Plur1bus è una serie molto ben scritta, incalzante, avvincente e intrigante; per me è stata però anche inquietante. A più riprese mi sono ritrovato nei panni di Carol (anche io sono un creativo per i casi della vita ; ) ) e con un certo tasso di angoscia mi sono rivisto nell'esperienza molto simile che, per un dato tempo, ho vissuto in una comunità religiosa: il movimento dei Focolari. Nato nel primo dopoguerra da una ispirazione della trentina Chiara Lubich, si riproponeva di "fare" il mondo unito e annullare qualsiasi divisione. Questo almeno sulla carta, perché poi, come dice qualcuno "la realtà è sempre superiore all'idea"... e io gli ribatto: "... eh talvolta la smaschera proprio, sopratutto se si tratta di ideale o ideologia."
Per chi ha vissuto dal di dentro le dinamiche della bizzarra fenomenologia focolarina, immagino non sia difficile capire e cogliere le interessanti e inquietanti somiglianze con il racconto distopico di Plur1bus. Per chi ancora, suo malgrado, vive queste dinamiche, immagino altresì che la dissonanza cognitiva, di fronte a queste riflessioni diventi ingombrante e di difficile gestione. Per tutto il resto dell'opinione pubblica la mia è solo una riflessione su un fenomeno sociale come il movimento dei Focolari che si fa portatore da oltre 80 anni di una pseudo proposta spirituale, che pur avendo dei tratti in comune con altre realtà problematiche simili, conserva un carattere particolare che merita di essere approfondito: la nevrosi del pensiero unico, il "Plur1bus focolarino".
Uno!
Nel titolo della serie si apprezza un "1" al posto della "i". Questo a sottolineare l'uniformità della massa umana che dopo il cambiamento, detto "joining" (collegamento) si ritroverà ad essere un'unica coscienza collettiva. Nel movimento dei focolari, in tempi non sospetti, si aveva il brutto vizio di salutarsi con il gesto della mano con l'indice alzato (l'indice mi raccomando!) sottolineato dal saluto "uno!" e la risposta non poteva che essere a sua volta "uno!". Noi ciurma di briganti, ragazzini tra il serio e il faceto, ci divertivamo a rispondere "due", purtroppo in un contesto di persone incapaci per lo più di gestire la nostra ironia e mascalzonate. "1" era anche la firma delle lettere che ci si scriveva, dei famigerati fax, quando ancora esistevano, poi delle mails, ecc... Le varianti poi di questa assurdità si sprecavano: "In unità", "1 in Chiara", "sempre uniti", "sempre 1" e la variante superlativa "unissimo", "unitissimo" e via così... animali fantastici e dove trovarli.
Ricordo una delle prime volte che partecipai da ragazzino ad una manifestazione del movimento dei Focolari, una Mariapoli credo. Non appena arrivato a destinazione tutti mi salutavano e già sapevano il mio nome, ma io non conoscevo nessuno se non chi mi aveva invitato. (Esattamente come per Carol di Plur1bus che improvvisamente tutti salutano e sanno tutto della sua vita pur non avendola mai incontrata.) Si era sparsa la voce su di me e, probabilmente, salutare qualcuno per nome era considerata dai focolarini la prima forma di cortesia. Certo, ma prima occorre conoscersi, così invece suonava un po' cringe. Il sapere poi "tutto di tutti" è una vecchia malattia endemica focolarina, probabilmente incurabile.
Anche quando dopo vari anni presi le distanze dai focolarini, le mie domande e critiche erano diventate ingestibili per loro, sparirono esattamente come succede in Plur1bus alla protagonista. Dall'oggi al domani persone che sino a quel momento avevano giurato amore e unità in eterno uscirono dall'orizzonte della mia vita. E solo su mia iniziativa che poi qualche rapporto si è ricucito. Ma tant'è...
La nevrosi del pensiero unico
A parte gli scherzi, per comprendere a fondo la fenomenologia del movimento dei focolari e cogliere le inquietanti analogie con la serie distopica Plur1bus occorre soffermarsi sulla matrice ideologica che ha modellato per decenni il suo stile di vita, il suo metodo di discernimento, le sue dinamiche relazionali e il modo stesso in cui si concepiscono i rapporti tra le persone e la percezione della presenza o assenza di Dio nella comunità. Una radice che non è semplicemente spirituale, ma strutturale, e che affonda il proprio centro in un'idea bislacca della fondatrice: l’unità come condizione assoluta e imprescindibile della presenza di Dio nella comunità espressa con una formula semplice e devastante allo stesso tempo: "Se siamo uniti, Dio è tra noi."
Va da sé quindi che se non siamo uniti, Dio non è presente. Da questa pericolosa equazione deriva tutto il resto: la spiritualizzazione del consenso, la demonizzazione del dissenso, l’annullamento della coscienza personale, la riduzione del senso critico, la trasformazione della comunità in un corpo psicologicamente collettivizzato e il preoccupante infantilismo. Per me e per molti, questa dinamica è stata fonte di colpa, di repressione, di sofferenza, di perdita di sé. Per la Chiesa, un nodo non ancora sciolto che ha generato danni profondi senza che se ne cogliesse la gravità e la reale portata.
Gestione del dissenso
Chiara Lubich, non è ormai più un mistero, aveva una indubbia difficoltà a gestire il dissenso e sono quasi del tutto persuaso che buona parte dell’impianto della sua proposta pseudo spirituale altro non fosse che il tentativo di gestire questa sua nevrosi. Si tratta di un meccanismo difensivo irrazionale elevato a principio spirituale. Quello che il movimento dei Focolari dovrebbe fare e che probabilmente non farà mai, purtroppo per loro, è una assunzione di responsabilità storica: ammettere che la fondatrice, oltre alle buone intenzioni, ha trasferito anche le sue rigidità psichiche in una struttura teologica e istituzionale. Questa struttura, poi nel tempo, ha causato danni reali a persone che sono state costrette a sacrificare il loro pensiero legittimo in nome di un'unità spirituale che era invece per lo più solo uniformità. Solo allora la proposta spirituale della Lubich potrebbe essere purgata delle sue scorie psicopatologiche e potrebbe ritornare a quello che probabilmente era in nuce: carità evangelica, l'idea che l'amore reciproco possa vincere tutto.
La lapide
Questa nevrosi della Lubich è condensata persino nella sua lapide dove è citato il versetto tratto dal vangelo di Giovanni: "... che tutti siano uno" (Gv 17,21), riportato monco o quanto meno in maniera imprecisa, e forzando quindi il significato. Così come è trascritto suona piuttosto come un imperativo categorico: "Tutti siano uno", tipico del pensiero "lapidario" della Lubich che non ammetteva qualcosa che fosse diverso dal suo. L'avessero almeno riportata in latino "...ut omnes unum sint", quindi una consecutiva introdotta da "affinché", si sarebbe evitato questo sentore di comando militare. L'unità implorata da Gesù al Padre è infatti un accorato desiderio (che lascia il destinatario libero), un moto del cuore, una "Grazia" non un imperativo categorico, non certamente un automatismo a comando, qualcosa di meccanico che solo perché lo vogliamo succede.
Sovente purtroppo questa unità, pretesa, imposta, comandata, forzata, è stata la prassi malata e storta dell'agire focolarino, sopratutto nella vita di consacrazione. È forse lo sbaglio teologico più macroscopico della Lubich che alla "Grazia" ha sostituito il "fare". E anche in questo caso si tratta di un utilizzo e un'interpretazione del Vangelo fin troppo disinvolti, ad uso e consumo delle sue nevrosi che talvolta poi sono maturate in derive e abusi spirituali. Sono tristemente ben note le espressioni distopiche "fammi unità", "teniamo Gesù in mezzo", ecc... che ben esprimono questa pretesa e questo modo di fare artificiale e meccanico. Così dietro le più sante intenzioni si nasconde la fragilità di chi ha invece bisogno del diktat "si fa come dico io". Insomma "tutti siano uno" e guai a chi sgarra!
il quarto voto
Questa faccenda dell’unità era per Chiara Lubich una tale ossessione che provò persino ad aggiungere un quarto voto ai tre che i consacrati sono soliti pronunciare quando entrano in focolare: povertà, castità e obbedienza. La trentina, al colmo della sua megalomania, provò seriamente ad aggiungere il quarto voto di unità. Avrebbe voluto chiedere ai consacrati di promettere formalmente a Dio non un'intenzione di comportamento, ma una condizione psicologica permanente, un'armonizzazione continua con il suo pensiero e con il corpo comunitario. Un voto del genere, se approvato, avrebbe trasformato l’identità religiosa in appartenenza psicologica, sostituendo la libertà della coscienza con un’obbedienza diffusa, indistinta e difficilmente definibile. E in un certo senso è proprio quanto successo anche se le venne formalmente impedito. La teologia morale infatti non consente voti su realtà non oggettivabili, e meno male. Il diritto canonico vieta ogni forma di promessa che limiti la libertà interiore oltre i tre voti classici. La psiche umana inoltre non può essere vincolata a un modello di autosvuotamento continuo senza conseguenze. Eppure nonostante tutto questo, il quarto voto di unità non approvato è diventato lo stesso prassi. Nessuno lo pronuncia, ma tutti lo vivono. Nessuno lo chiede, ma tutti lo sanno. È non scritto, ma interiorizzato: essere sempre d’accordo, per non rompere l’unità.
Gli strumenti della spiritualità collettiva
Non potendo legare le coscienze con un voto solenne Chiara Lubich riuscì comunque ad aggirare l’ostacolo strutturando la vita delle comunità focolarine con i famosi strumenti della spiritualità collettiva. Siamo in presenza di un’omologazione forzata. Mentre i Gesuiti usano gli Esercizi (espressione comunque marziale) per "discernere" la volontà di Dio sulla propria vita (individuale), gli strumenti della Lubich sembrano servire a "fondere" le volontà in un unico blocco. Si tratta di pratiche che dovrebbero favorire l'unità e l'amore reciproco tra le persone: il "patto dell'amore scambievole", la "comunione d'anima", la "comunione delle esperienze" sulla Parola vissuta, il "colloquio" e la famigerata e pericolosissima "ora della verità". In realtà sono pratiche che ammazzano la spontaneità e costringono l’individuo a conformarsi alle dinamiche di gruppo per evitare l’ostracismo. Gli "strumenti della spiritualità collettiva" sono un imperativo psicologico, sottile, pervasivo, capace di penetrare in quel santuario della coscienza che persino la Chiesa dichiara inviolabile.(3)
“Il pensiero di Gesù fra noi”
Ma purtroppo non finì lì. Nel febbraio 1996, nel messaggio mensile del "collegamento" (suona molto simile al "joining" di Plur1bus), Chiara Lubich invitava i suoi adepti a un'"unità di pensiero" radicale: "quotidiano morire di fronte ai fratelli", "distacco dal nostro pensare", "povertà di mente", fino a fare il vuoto di sé per accogliere il pensiero altrui. Il risultato promesso: "la sintesi sarà il pensiero di Gesù fra noi." (vedi link)
Questa proposta presenta problemi teologici e psicologici seri. Il primo riguarda la coscienza: il "distacco dal proprio pensare" non è sana mortificazione dell'egoismo, ma rinuncia alle facoltà intellettive stesse. La Gaudium et Spes insegna che la coscienza è "il santuario dell'uomo"; cancellarla non è santità, è un'offesa all'Imago Dei, deriva quietista che la Chiesa ha già condannato in passato. Ancora più grave è l'errore che ne consegue: identificare la sintesi di due opinioni umane con "il pensiero di Cristo" significa ridurre la presenza divina a un prodotto della coesione psicologica del gruppo. Se l'uniformità e l'unanimità diventano condizione della presenza di Gesù, il dissenso smette di essere una semplice opinione diversa e diventa rottura ontologica, quasi una bestemmia. Non stupisce allora che l'ammonimento ricorrente in focolare fosse: "...tu non vuoi fare quello che vuole Gesù in mezzo!" La pressione psicologica, il conformismo, la paralisi critica di intere generazioni di adepti della Lubich affondano le radici proprio qui. A questo si aggiunge una lettura forzata delle Scritture: l'esortazione di Paolo in 1Cor 1,10 riguarda l'unità sui fondamenti della fede, non l'uniformità su ogni pensiero. La "Communio" cattolica è "unità nella diversità", non monolitismo ideologico. Infine, la trasparenza totale dei propri pensieri imposta viola l'inviolabilità della coscienza personale, il foro interno, delegando il discernimento morale al sentire collettivo o al leader di turno.
Come aggravante va aggiunto che i focolarini e le focolarine erano e ancora ad oggi sono convinti che Chiara Lubich fosse capace di garantire l’unità e generare la presenza di “Gesù in mezzo” solo con la sua presenza. L'"unità di pensiero" della Lubich sembra così sostituire la fede (l’assenso dell'intelletto alla Verità divina) con la fusione e l'annullamento dell'intelletto nel gruppo. E a queste condizioni certamente Dio scappa a gambe levate lasciandosi dietro un bagaglio di sensi di colpa, tanta manipolazione e un bel terreno dove l’abuso prospera come i funghi dopo le prime piogge autunnali.
L’errore
Ecco che l’errore più macroscopico di Chiara Lubich è aver blindato ermeneuticamente la presenza di Dio tra le anime come adesione ad un pensiero unico, che quando era in vita coincideva con il suo. Questa "nevrosi dell'unità" non produce una comunione di santi, ma un monolitismo ideologico che nega la libertà dei figli di Dio, deviando pericolosamente verso un modello di setta in cui l'autorità del fondatore (o di chi ne fa le veci) si sostituisce alla coscienza individuale. E questa deriva autoritaria non si è esaurita solo con la Lubich. Anche recentemente il Vaticano ha impartito una sonora reprimenda ai focolarini proprio su questo punto.
Si intuiscono le ripercussioni sulle dinamiche di vita comunitaria che tanti di noi hanno sperimentato sulla propria pelle: "Scusate, possiamo fare un discorso unico?" Mi ricordo questa scena che si ripeteva in focolare ogni volta che a tavola, durante il pranzo o la cena, qualcuno osava aprire un secondo canale di conversazione turbando così l'equilibrio collettivo già di per sé precario. Il nostro responsabile, il così detto capofocolare, pur ritenuto un moderato e per nulla "vecchio stile" (nel senso del Re Sole, motore immobile, Dio in persona, alfa e omega, ecc... ) non era immune pure lui alla "nevrosi del pensiero unico" ed era visibilmente irritato quando, senza il suo consenso, la pluralità e altri rivoli di discussione irrompevano in tavola tra una portata e l'altra.
Questa è la radice dell’autoreferenzialità di cui ancora soffre gravemente il movimento dei focolari. La pericolosità del "pensiero unico" si evince dalla incapacità dei focolarini a dialogare con l'esterno e pensare in modo differente dal proprio schema interno. Adesso rileggetevi il paragrafo poco sopra sull'autofagia di Plur1bus e vedrete che si chiude il cerchio.
Oggi
Così i focolarini si trovano oggi a dover affrontare una delle eredità più dolorose della loro storia: l’idea che il disaccordo equivalga all’assenza di Dio. Non si tratta di una semplice deformazione pratica, ma di un vero e proprio schema ideologico interiorizzato. Migliaia di persone lo hanno respirato, assorbito, vissuto sulla propria pelle. Chi criticava veniva percepito come pericoloso non perché diceva il falso, ma perché turbava la presenza di Dio. Molti sono rimasti schiacciati da questo meccanismo. Molti hanno interiorizzato la colpa come categoria spirituale permanente. Molti hanno sofferto perché non riuscivano a “pensare come tutti”. Molti hanno imparato a tacere per non portare “divisione”. Molti hanno sacrificato la propria identità personale nel tentativo di salvare l’unità comunitaria. Questa non è comunione: è manipolazione spirituale. Non è carità: è controllo del foro interno. Non è discernimento: è pressione psicologica. Non è santità: è un sistema psicoreligioso che ha sostituito la libertà cristiana con un modello collettivo di obbedienza emotiva/affettiva.
La reprimenda da oltre Tevere
È difficile non vedere, oggi, quanto la Chiesa abbia faticato a cogliere la pericolosità di questa dinamica. La straordinaria espansione del Movimento, l’aura mistica della fondatrice, la convinzione che i movimenti fossero la "nuova primavera" e motore della nuova evangelizzazione, hanno oscurato la dimensione antropologica e psicologica di questi processi. Non si è voluto vedere che una spiritualità dell’unità può trasformarsi in una ideologia della fusione. L’unità proposta dalla Lubich si è trasformata in un sistema che ha confuso la comunione con l’uniformità, la presenza di Cristo con il consenso reciproco, il discernimento con l’allineamento psicologico. I riverberi delle sue nevrosi spirituali non riconosciute, non elaborate, non corrette, sono diventati norma della comunità, prassi consolidata, codice identitario.
Ultimamente però, oltre Tevere, qualcosa si muove e sia l'attuale pontefice che il Dicastero per la Famiglia, i laici e la Vita (i diretti responsabili di movimenti, comunità e simili) provano a riportare nel recinto i tanti buoi ormai al pascolo brado da decenni. Emerge infatti una profonda sintonia tra il recente discorso di Papa Leone XIV ai focolarini (vedi link) e le osservazioni critiche del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita arrivate durante l’ultima Assemblea generale 2026 recentemente conclusasi con un “tutto da rifare” (vedi link). Entrambi chiedono al Movimento dei Focolari una vera e propria «metanoia»(4), volta a purificare la proposta spirituale da prassi che rischiano di annullare o schiacciare l'individuo. E di colpo le analogie con Plur1bus non sembrano poi così strane.
Leone e il dicastero
Il punto più critico riguarda appunto la differenza che intercorre tra uniformità e unità. Il Papa e il Dicastero denunciano una deriva in cui la ricerca dell'unità si trasforma in una pressione psicologica che annulla la personalità. Prevost ammonisce chiaramente che l’unità non deve mai essere intesa come «uniformità di pensiero, di opinione e di stile di vita», poiché questo porta a svalutare le proprie convinzioni e a ledere la «libertà personale e l’ascolto della propria coscienza». Il Dicastero usa termini ancora più forti, parlando del rischio di «annientamento della persona» e contesta espressioni come il «perfetto rinnegamento di sé» per uniformarsi alla volontà della Presidente, vedendovi un dovere forzato che mette a tacere la responsabilità individuale. Sia il Dicastero che il Pontefice nei loro interventi richiamano il Movimento a non idolatrare l'unità come una regola assoluta che giustifica tutto. Leone XIV ricorda che la vera unità deve essere nutrita dalla carità, la quale «non cerca il proprio interesse» e deve essere la premessa di ogni norma. Il Dicastero critica esplicitamente la proposta di modifica dell'articolo 10 del regolamento delle sezioni dei focolarini e focolarine, dove si propone che l'unità venga «anteposta a ogni altra norma». E da questo si evince che i focolarini soffrono ancora della malattia del "fare" unità e la loro narrazione corrente "eh ma oggi è cambiato tutto, non è più come prima..." si commenta da sola. E infatti anche il Vaticano non ci crede ed esige che si torni alla visione originaria: la carità è la premessa, non l'unità fine a sé stessa. Sia il Pontefice che il Dicastero chiedono un cambiamento radicale nel modo in cui viene esercitata l'autorità, passando da una gestione chiusa a una democratica e aperta. Il Papa dichiara che la trasparenza è una «condizione di credibilità» e sottolinea che gli appartenenti alle comunità dei focolari non sono semplici esecutori, ma hanno il «diritto e il dovere» di sentirsi corresponsabili. Il Dicastero ha imposto che le lettere e le comunicazioni intercorse con la governance focolarina venissero inviate integralmente a tutti i focolarini, affinché l'intero corpo del Movimento, e non solo i vertici, possa partecipare al discernimento. Dal Vaticano poi arriva una ferma condanna all'invasione della sfera privata dei membri da parte dei responsabili, la pericolosissima confusione del foro interno e quello esterno. Prevost chiede che le forme di vita comunitaria rispettino «l'unicità di ciascuno» e la sua coscienza. Il Dicastero entra nel merito delle prassi, denunciando strumenti come «l'ora della verità» o il «purgatorio» come potenzialmente «mortificanti e svilenti» ed esige una netta separazione tra chi governa (autorità) e chi accompagna l'anima (coscienza), parlando di «abuso di potere» quando chi ha ruoli di governo usa e abusa delle informazioni intime dei membri. Infine sia il Pontefice che il Dicastero concordano sul fatto che il Movimento debba avere il coraggio di tagliare ciò che è diventato tossico. Leone XIV invita a discernere quali strumenti e pratiche, pur essendo in uso da tempo, «non sono essenziali al carisma» o sono diventati «problematici» e vanno quindi abbandonati. In sintesi, il richiamo è a passare da una visione istituzionale/collettiva che assorbe e annienta l'individuo a una visione evangelica che valorizzi la persona come dono unico, irripetibile e irrinunciabile.
Metanoia possibile?
Oggi il Movimento dei Focolari non può più eludere questa realtà. La maturazione della società rispetto a questi temi ha contribuito all'emergere di una sensibilità e presa di coscienza nuova rispetto al valore dell'individuo, la sua unicità, i pericoli di abuso e manipolazione, le sette o i gruppi settari ecc... E la provocazione di Plur1bus, spunto di queste mie riflessioni, è solo "l'ultima della serie". Non credo infatti che Chiara Lubich oggi godrebbe dello stesso seguito che al suo tempo le fece montare la testa. Infatti la pseudo proposta spirituale della trentina nota per i suoi eccessi come le espressioni “tagliarsi la testa”, “rinunciare alla propria individualità”, “morire a sé stessi” (qualsiasi cosa voglia dire), "fare il vuoto", "farsi nulla" e via dicendo, oggi ha perso ogni attrattiva, non ha più “appeal”, "marketing" e risuona stonata, quasi grottesca, sopratutto alla luce della nuova consapevolezza collettiva. Oggi, quelle frasi suonano per ciò che sono sempre state: retaggi di una mentalità da “setta” degli anni Sessanta. E, in ogni caso poi, anche ragionando per assurdo e ipotizzando che i focolarini riescano nell'impresa ardua di epurare il pensiero della cara leader dai suoi eccessi e da tutte queste componenti più radicali e nevrotiche, del messaggio della fondatrice resterebbe ben poco: un generico e sfocato “volemose bene”, alcuni consigli di buona educazione e su come relazionarsi con gli altri limitando i danni. Ma si tratta di poca cosa, di un cristianesimo annacquato, borghese, sedentario, sbilanciato sulle emozioni.
Se i focolarini decideranno davvero di riformarsi (ne parlano già dal 1997) dovranno invece infrangere la propria equazione più sacra: non c’è nessuna identità cristiana che si costruisca cancellando la coscienza personale; non c’è nessuna presenza di Dio che dipenda dal pensarla allo stesso modo; non c’è nessuna comunione autentica senza libertà; non c’è verità dove non si può dissentire. L’unità non è pensarla allo stesso modo: è cercare insieme, anche quando si pensa diversamente.
In ogni caso la nevrosi del pensiero unico si scontrerà sempre con lo stesso, meraviglioso errore di sistema: l’essere umano, fatto di spigoli, dubbi, incoerenze, debolezze e sani dissensi. Esattamente tutte quelle caratteristiche che tanto davano fastidio alla Lubich.
Oggi che persino il Vaticano è dovuto intervenire con una reprimenda per fermare l'annientamento delle persone e arginare gli abusi di coscienza, la favola del "mondo unito" rivela finalmente la sua natura di incubo a tinte pastello. Carol, la protagonista di Plur1bus immune all’uniformità, combatteva per non essere assorbita. Per tanti di noi, quella lotta non è stata fiction ma reale, dolorosa, pagata a caro prezzo sulla propria pelle. Il nostro merito? Aver ricordato a un sistema totalizzante che la prima parola della libertà è, e sarà sempre, un ostinato, imperfetto, individualissimo e fantastico "no".
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Note
* Discorso di Chiara al secondo raduno del “Cenacolo Mariano”, Rocca di Papa 18 dicembre 1966, registrazione custodita nell'Archivio Generale del Movimento dei Focolari. Da "Paradiso '49", "Storia e composizione del testo, p.73. Città Nuova Edizioni
(1) Plur1bus è una serie televisiva americana di fantascienza post-apocalittica creata da Vince Gilligan (il papà di Breaking Bad e Better Call Saul) per Apple TV+, dove ha debuttato il 7 novembre 2025. La frase da cui ha origine il titolo della serie è tratta da un poema latino del I secolo a.C., attribuito a Virgilio (o alla scuola virgiliana), intitolato Moretum, che descrive la preparazione di una pasta/crema rustica di formaggio e erbe, pestata nel mortaio con aglio, sale, olio e spesso aceto; veniva poi mangiata con il pane. Quando questo motto "E pluribus unum" fu adottato dai Padri Fondatori degli Stati Uniti d'America, aveva un significato preciso: le tredici colonie originali, pur rimanendo entità distinte (i singoli stati), si univano a formare un'unica nazione. "Molti" erano gli stati, "uno" era l'Unione federale. Il concetto riflette l'idea fondante degli USA come federazione di entità autonome che conservano la propria identità pur condividendo un destino comune. Nella serie, il titolo ribalta il senso del motto in chiave distopica: invece di molte entità libere che scelgono di unirsi, abbiamo l'intera umanità che viene forzata a fondersi in una mente sola. Il motto che celebrava la diversità nell'unità diventa il simbolo di una perdita totale dell'individualità. Da molti... uno solo, letteralmente. Nel 1956 il Congresso americano adottò ufficialmente "In God We Trust" come motto nazionale, ma "E pluribus unum" è rimasto sull'iconografia ufficiale ed è ancora oggi considerato il motto de facto della nazione.
(2) Gli "altri" non sono in grado di vivere in modo autosufficiente perché hanno adottato un principio etico assoluto: non possono uccidere né animali né piante per nutrirsi. Di conseguenza non possono coltivare, allevare o raccogliere cibo nel modo tradizionale. Per mantenere in vita i loro corpi, producono quindi uno speciale liquido nutritivo che contiene proteine di origine umana ottenute dai cadaveri dei defunti. L'idea è che utilizzare corpi già morti non comporti l'uccisione di alcun essere vivente e sia quindi compatibile con la loro filosofia non violenta. La loro incapacità di "autosostentarsi" non deriva quindi da un limite biologico, ma da una scelta morale radicale: rifiutano di causare la morte di qualsiasi organismo per il proprio beneficio. Il principio etico assoluto autoimposto degli "altri" può essere la conseguenza estrema della loro trasformazione in una coscienza collettiva. Quando infatti una persona vive come individuo, tende a distinguere nettamente tra "sé" e "altro". Mangiare una pianta o un animale è percepito come un atto normale perché quell'organismo è considerato separato da noi. Gli "altri", invece, vedono ogni forma di vita come parte di una stessa rete di coscienza. In questa prospettiva, uccidere per nutrirsi diventa una forma di violenza difficile da giustificare. È un paradosso interessante che nasce da una compassione assoluta, ma produce una società inquietante. La domanda centrale che si cela dietro il principio etico assoluto autoimpostosi dagli "altri" è: "se riuscissi davvero a sentire ogni essere vivente come una parte di te stesso, saresti ancora disposto a uccidere per sopravvivere?" Gli "altri" rispondono "no". Ecco perché non sono in grado di autosostentarsi e non riescono nemmeno a cogliere una mela, incapaci come sono di agire come individui autonomi e di percepire il mondo come qualcosa “altro” da sé. È questo un espediente narrativo che mostra che gli “altri” non sono persone, ma un sistema di controllo.
(3) Documento: Concilio Vaticano II, Costituzione pastorale Gaudium et Spes, n. 16. Contesto: Parte I, Capitolo I (La dignità della persona umana). La citazione ufficiale (testo italiano): «La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell'uomo, dove egli è solo con Dio, la cui voce risuona nell'intimità.»
(4) Metanoia, dal greco μετάνοια, viene sbrigativamente tradotta come "pentimento", ma il suo significato originario è molto più radicale e costruttivo: è un totale cambio di rotta della mente, dello sguardo e del cuore. Non descrive il semplice cambiare opinione su un dettaglio, ma una ristrutturazione profonda del modo in cui interpretiamo la realtà. È un vero e proprio salto di paradigma interiore. Nello sviluppo del pensiero della spiritualità antica (a partire dai testi evangelici fino alla riflessione dei Padri del deserto), la metanoia è l'atto che dà inizio a una nuova vita. C'è un abisso tra questo concetto e la sua successiva traduzione latina *poenitentia* (da cui il nostro "penitenza"). La "penitenza" sposta spesso l'accento sul passato, sul senso di colpa, sull'errore commesso e sulla sanzione da espiare. La "metanoia" è orientata al futuro. È un risveglio. È l'istante in cui ci si accorge che la direzione verso cui si sta camminando è vicolo cieco e si decide di ruotare lo sguardo di 180 gradi. La metanoia non è un'autoflagellazione morale, ma un atto di liberazione. Significa smettere di guardare il mondo in modo frammentato o egocentrico per iniziare a vederlo sotto una luce del tutto nuova.
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