né di segreto che non sarà conosciuto"
Premessa
Questo articolo nasce dalla lettura dei testi della prefazione di Jesús Morán, dell'introduzione di Anna Pelli e del primo capitolo della parte prima "Il carisma dell'unità e la sua trasmissione nella Chiesa a servizio della sua missione" a cura di Piero Coda, contenuti nel recente volume della Scuola Abbà "Trasmettere un carisma: Perché lo Spirito Santo zampilli sempre nuovo" (Città Nuova, 2025).(1)
L'analisi che segue si propone di esaminare — con strumenti storici, filologici e dottrinali — le modalità con cui viene oggi trasmesso e interpretato il patrimonio spirituale originario del movimento dei focolari, in particolare attraverso l'operazione editoriale e teologica rappresentata da questa pubblicazione.
Questa inchiesta non intende mettere in discussione l'esperienza religiosa personale dei singoli aderenti al movimento dei focolari, né tantomeno attaccare le persone coinvolte, la cui buona fede non è qui in questione. Desidero piuttosto affrontare un nodo specifico: il rapporto tra le fonti storiche del pensiero di Chiara Lubich - i manoscritti delle visioni di Chiara Lubich del 1949 - la loro accessibilità pubblica e l’autorità interpretativa.
Scrivo da una posizione di conoscenza interna ed esperienza diretta. Ho vissuto come consacrato in focolare per oltre un decennio, periodo durante il quale ho potuto leggere varie versioni dei manoscritti delle visioni di Chiara Lubich del 1949*, ricevuti da diverse fonti nel corso degli anni. Conservo copie di questi materiali (fotocopie di originali, commenti autografi della Lubich stessa, raccolte di brani scelti preparate per la formazione interna). Mi sono quindi potuto fare un'idea precisa e documentata del contenuto di quei testi, indipendentemente dalle mediazioni interpretative ufficiali. Questa posizione, lungi dall'essere un limite, costituisce un vantaggio ermeneutico: consente di valutare la distanza tra le fonti originarie e la loro presentazione pubblica attuale, tra il vissuto concreto del movimento dei focolari e la sua autorappresentazione teologica.
Introduzione
«Un giorno la Chiesa si risveglierà focolarina». Questa celebre espressione di Chiara Lubich racchiude in sé la convinzione profonda che le sue intuizioni spirituali non fossero un carisma tra i tanti, ma il punto di approdo e il compimento della teologia stessa. In questa visione, il carisma dell’Unità non si limita ad abitare la Chiesa, ma ambisce a fornirle la sua forma definitiva, proponendosi come la chiave di volta per interpretare l’intera Rivelazione.
Dopo la morte della fondatrice però lo scenario sembra essersi capovolto. Se Chiara Lubich auspicava un risveglio della Chiesa "nello" spirito dei Focolari, i tempi appaiono oggi maturi per un risveglio della Chiesa "sulla" realtà dei focolari. Focolari che con una certa insistenza, negli ultimi anni portano avanti una riflessione sulla cosiddetta “trasmissione del carisma” nella fase post-fondativa. Tale riflessione fa sempre più spesso riferimento ai testi (non ancora pubblici) che riportano le visioni di Chiara Lubich del 1949, assunti come chiave ermeneutica del passato e come fondamento prospettico per il futuro dei focolari.
In questo senso la recente pubblicazione dello studio del centro studi focolarino Scuola Abbà "Trasmettere un carisma: Perché lo Spirito Santo zampilli sempre nuovo" sembrerebbe questa volta quella di istituire un manifesto dottrinale, blindato dalle parole e dalle visioni della fondatrice Chiara Lubich. Questa operazione teologico-editoriale solleva a mio avviso questioni teologiche e dogmatiche di primaria importanza che desidero portare all’attenzione delle autorità competenti. Procediamo con ordine.
1. Contesto e definizioni
1.1. Cosa è il “paradiso del 49”
È un periodo di presunte illuminazioni spirituali e visioni mistiche avvenuto tra l’estate e l’autunno del 1949 a Tonadico (Valle di Primiero). Durante un soggiorno di riposo in montagna, Chiara Lubich percepì una particolare vicinanza di Dio che le avrebbe svelato, attraverso visioni, il disegno di Dio sull’umanità, la struttura spirituale del nascente movimento dei focolari, la comprensione profonda del concetto di unità come riflesso della vita trinitaria. Quei testi e quelle elucubrazioni spirituali costituiscono il cuore dottrinale e carismatico di tutta l’Opera della Lubich oltre che l’ossatura ideologica delle sue strutture.
(ho già affrontato questo tema in passato: link 01 - link 02)
1.2. Il Centro studi «Scuola Abbà»: custodi e interpreti del carisma dei focolari
La Scuola Abbà è il centro studi interdisciplinare del movimento dei focolari, fondato da Chiara Lubich intorno al 1990: il suo compito specifico è proprio quello di studiare, approfondire e “tradurre” in linguaggio culturale e dottrinale la presunta esperienza mistica del “Paradiso del ’49”. Chiara Lubich era persuasa che le visioni avute nel 1949 contenessero i semi di una nuova teologia, di un nuovo modo di fare politica, una nuova economia, psicologia e arte, ecc...
La Scuola Abbà ha il compito di estrarre i contenuti spirituali del “paradiso del ‘49” per proporli alla cultura contemporanea. È formata da docenti universitari, teologi ed esperti di varie discipline (sociologia, diritto, medicina, arte, ecc.), oltre che da vescovi, tutti comunque interni del movimento dei focolari. In sintesi, la Scuola Abbà vorrebbe essere il “laboratorio intellettuale” dei focolari, incaricato di dimostrare che il carisma dell’unità non è solo un’esperienza devota e circoscritta, frutto delle visioni del ‘49, ma avrebbe una portata culturale capace di rinnovare la Chiesa e la società.
1.3. Perché i testi del '49 non sono pubblici
Ad oggi non esiste ancora una pubblicazione ufficiale e integrale delle visioni di Chiara Lubich fruibili da chiunque voglia anche solo farsi un’idea o da chi voglia studiarle senza la mediazione e il bias narrativi focolarini. Ecco alcuni motivi usati per giustificare la non pubblicazione: (vedi link)
Chiara aveva diritto alla sua privacy
...anche con Sant’Ignazio di Loyola e il suo diario ci sono voluti 500 anni
...potrebbe essere mal interpretato: senza ricreare l’atmosfera adatta possono diventare solo belle parole
...possono essere fraintesi, perché sono di difficile lettura e perché sono molto arditi
...ci si può “attaccare” alla bellezza dei testi piuttosto che viverne il contenuto
Chiara è una voce di Dio, bisogna applicare quello che dice a Cristo che è in lei
...un altro possibile errore è voler ripetere e interpretare alla lettera quanto lei afferma sulla sua missione come fondatrice
Chiara non voleva che ci si attaccasse alle carte, ma all’essenziale, ovvero a Dio
Il Paradiso del ’49 è fatto per essere vissuto
1.4. Il fattore temporale
C'è un aspetto di questa vicenda che ne rivela la natura profonda. I testi delle visioni del "paradiso del '49" non sono stati tenuti riservati per qualche anno di prudente discernimento o per una fase fisiologica di maturazione carismatica. Nonostante il parere della Chiesa e la conseguente volontà (almeno all’inizio) di Chiara Lubich di disfarsene, hanno circolato internamente, in modo gnostico e gerarchico, per quasi ottant'anni. Tre generazioni di consacrati hanno formato la propria coscienza spirituale, preso impegni di vita e fatto scelte vocazionali irreversibili sulla base di testi che non hanno mai potuto leggere integralmente, verificare criticamente o sottoporre a discernimento personale libero.
Quando un contenuto dottrinale circola per così tanto tempo come fondamento interno di un movimento diventa struttura costitutiva. Le visioni del "paradiso del '49" non hanno soltanto "ispirato" hanno governato. Hanno determinato chi poteva accedere a quale livello di conoscenza, chi poteva interpretare e chi doveva obbedire, chi custodiva il "vero spirito" e chi ne riceveva solo l'eco mediata. Hanno plasmato la formazione, orientato le coscienze, legittimato le gerarchie interne. Per quasi ottant'anni, migliaia di persone hanno vissuto dentro un sistema fondato su una verità doppia: quella pubblica degli Statuti approvati e quella riservata delle visioni inaccessibili.
Ed è proprio ora che la Scuola Abbà decide di pubblicare non i testi integrali, ma la loro "interpretazione teologica ufficiale". Non le fonti, ma la cornice che deve contenerle. Non la parola originaria, ma il Magistero interno che la amministra. Questo rovesciamento metodologico è un'operazione di stabilizzazione interpretativa retroattiva: si pubblica l'interpretazione prima delle fonti perché si teme che le fonti, lette liberamente, contraddicano l'interpretazione. Si costruisce la gabbia teologica prima di mostrare l'animale, perché si teme che quell'animale, libero, potrebbe rivelarsi molto diverso da come è stato raccontato.
Non discuto un'ipotesi teologica, ma una realtà storica consolidata. Quando un sistema funziona così per ottant'anni, si può più parlare di struttura consolidata. E una struttura che si regge sul segreto, sull'accesso graduato alla verità e sulla mediazione necessaria di un'élite interpretativa, non è compatibile con l'ecclesiologia cattolica. Non lo è mai stata, non lo sarà mai. Per questo l'operazione della Scuola Abbà non è solo teologicamente una forzatura: è pastoralmente ed ecclesialmente insostenibile, perché tenta di legittimare a posteriori una prassi di doppia verità, di conoscenza riservata, di controllo delle coscienze attraverso il monopolio interpretativo delle fonti.
1.5. Il dono dello Spirito Santo per “interposta persona”
Nello specifico, questa nuova pubblicazione della Scuola Abbà si basa su un frammento tratto dai testi delle visioni del “paradiso del ’49” che sarà utile nel prosieguo di questa analisi:
“Oggi compresi come nell’attimo della mia morte cadrà sulle mie anime lo Spirito Santo che è in me in tutta la sua pienezza e cadrà su di loro e su Foco (che farà le parti di Maria) radunati. Allora per questo ad essi potrò dire, come già disse Lui: «Non vi lascerò orfani, ma vi manderò lo Spirito Consolatore», il quale ripeterà loro ciò che io ho detto e di più.
Ciò che importa è che noi non guardiamo ai santi se non come a fratelli da amare, ma non da imitare pedestremente. Iddio non Si ripete mai e ciò che a Lui piacque per essi non piace per noi. Il conoscere troppo bene la vita dei santi e l’averla ammirata, se può aver fatto molto bene, può essere un grave inciampo perché può legarci, può incitarci a dettar leggi noi al Signore, in questa ‘divina avventura’ che è tutta in mano sua.
Anche il pensare che è bene scrivere per i posteri ciò che Iddio ci va illustrando è un pensiero contro la perfetta carità e appare ispirato dalla carità. Tutte queste carte che ho scritto valgono nulla se l’anima che le legge non ama, non è in Dio. Valgono se è Dio che le legge in lei.
Ora ciò che io voglio lasciare a chi seguirà il mio Ideale è la sicurezza che basta lo Spirito Santo (e la fedeltà a chi ha iniziato) per proseguire l’Opera. Lo Spirito Santo è il ‘porro unum’. Di accessorio poi posso lasciare anche quanto ho scritto: ma vale se è preso come ‘accessorio’.
Anche Gesù, pur essendo Dio ed avendo tutto in Sé, non è venuto per distruggere e far ex-novo, ma per completare. Così chi mi seguirà potrà completare quanto io ho fatto. Io non voglio amare i miei posteri meno di me e perciò voglio che essi abbiano lo Spirito Santo zampillante come Dio Lo diede a me. Non Lo avranno direttamente, Lo avranno per interposta persona, ma Lo avranno vivo dalla viva bocca di chi Lo trasmetterà vivendo ciò che Egli insegna per mezzo mio.
Così è bene togliere decisamente ogni altra preoccupazione di quella di fare la divina volontà che momento per momento ci è manifestata, ma senza suggerire nulla a Dio.” (3)
Come bene si può evincere dalla scelta del brano in questione, questa nuova pubblicazione si configura così come il tentativo teologico e istituzionale da parte della Scuola Abbà di “blindare” l’eredità di Chiara Lubich, trasformando la sua presunta esperienza mistica del ’49 in una dottrina oggettiva e normativa per il futuro del movimento dei focolari e la Chiesa.
2. L’operazione teologica della Scuola Abbà
2.1. La “canonizzazione” del Paradiso ’49 come “spirito oggettivo”
Un passaggio cruciale e politicamente rilevante di questa nuova pubblicazione emerge nella distinzione, proposta da Piero Coda, mutuata da Hans Urs von Balthasar, tra “spirito oggettivo” e “spirito soggettivo”.(4) Coda inserisce il testo del “Paradiso ’49” (definito “testo fondante”) nella categoria dello “spirito oggettivo”, ponendolo sullo stesso piano degli Statuti Generali approvati dalla Chiesa.(5)
Grazie a questo espediente, se le visioni del “paradiso del ’49” venissero riconosciute e qualificate come “spirito oggettivo”, non sarebbero più solo una narrazione mistica privata di Chiara Lubich, ma diventerebbero norma vincolante (“regola costitutiva”). Questo significa che quelle visioni, se considerate “oggettive”, diventerebbero parte integrante e obbligatoria del “canone” focolarino e patrimonio della Chiesa universale, al pari delle regole giuridiche.
2.2. Il controllo dell’interpretazione: il “magistero interno”
Nella prefazione, Jesús Morán (in data odierna ancora attuale Co-Presidente dei focolari) sottolinea che uno dei requisiti fondamentali per la sopravvivenza del carisma è che “la prima generazione lo abbia compreso adeguatamente”. Questa frase rivela l’urgenza di fissare l’interpretazione “corretta” prima che muoiano tutti i testimoni diretti.
Questa nuova pubblicazione “Trasmettere un carisma” vorrebbe fungere così da manuale di istruzioni e sancire che non chiunque può leggere e interpretare il carisma, ma è necessaria una mediazione. Il testo afferma che lo “spirito oggettivo” include “l’interpretazione… offerta dai documenti scritti… da chi ha iniziato”.
In pratica, solo l’esegesi fornita da Chiara Lubich e dalla Scuola Abbà è valida. Questo chiude la porta a qualsiasi lettura critica o indipendente delle visioni del “paradiso del ‘49”, blindandole dentro un’ermeneutica ufficiale gestita dalla gerarchia (la Scuola Abbà).
2.3. La “trappola” della fedeltà creativa
In questa pubblicazione si parla di “fedeltà creativa” e di Spirito che “zampilla sempre nuovo”. Ma poi emerge il paradosso: viene citata la frase di Chiara Lubich in cui afferma di non voler “suggerire nulla a Dio” e di vivere “momento per momento”. Tuttavia, questa nuova pubblicazione propone l’opposto: codifica cioè l’esperienza di libertà in un sistema rigido di “documenti oggettivi”. Si crea così un doppio legame: si invita il seguace a essere “nuovo” e “aperto allo Spirito” (soggettivo), ma solo a patto che questa novità rientri perfettamente nei binari tracciati dai testi fondativi (oggettivo).
Ergo, se l’“ispirazione” contraddice le visioni del “paradiso del ’49” o la sua interpretazione proposta dalla Scuola Abbà, per definizione non sarà “autentica ricezione”.
2.4. La deriva autoreferenziale
Questa pubblicazione serve a legittimare un’operazione culturale: rendere pubbliche le visioni del “paradiso del ’49” non come materiale storico originale (che potrebbe scandalizzare e dare non pochi problemi), ma “impacchettarle” in una teologia sistematica (scritta da teologi come Piero Coda) che prova a renderle digeribili (impresa assai ardua) e inattaccabili dal punto di vista dottrinale ecclesiastico. È come se dicessero alla Chiesa e ai fedeli:
“Queste visioni non sono deliri, sono lo Spirito “oggettivo” del nostro carisma, la nostra Bibbia interna, e noi (Scuola Abbà) siamo gli unici autorizzati a spiegarvi come viverle correttamente”.
3. Problemi teologici fondamentali
3.1. Il nodo teologico reale: mediazione, non trasmissione
L’operazione teologico-editoriale messa in atto dalla Scuola Abbà con questa nuova pubblicazione non riguarda primariamente la trasmissione di un carisma in senso classico (tema antico e legittimo nella teologia dei movimenti), bensì la mediazione teologica di un’esperienza mistica privata non ancora sottoposta a un vaglio ecclesiale pienamente pubblico. La teologia cattolica (6) distingue con chiarezza:
Rivelazione pubblica conclusa con Cristo (vedi paragrafo 4 del 1 capitolo della Costituzione dogmatica sulla divina rivelazione "Dei Verbum" dell'8 novembre 1965)
Tradizione viva della Chiesa
Carismi storici
Rivelazioni o esperienze mistiche private, anche quando riconosciute come autentiche
Nel caso del “paradiso ’49”, ci troviamo davanti a testi:
non integralmente pubblicati
non criticamente editi
non accessibili al libero discernimento ecclesiale
e tuttavia già assunti come “pagina prospettica” normativa
Dal punto di vista teologico questo è un salto di paradigma. Non si tratta di trasmettere un carisma, ma di trasmettere un'interpretazione autorizzata di un’esperienza mistica, sottratta però alla verifica comunitaria ampia che la Chiesa sapientemente esige quando la presunta esperienza mistica pretende di essere universale e avere effetti normativi.(7)
3.2. Il problema del “tradere”: immunizzazione al posto di trasmettere
Il volume insiste sul termine latino “tradere”, inteso come “consegnare”, “trasmettere”, “affidare”. Ma qui occorre una precisazione teologica fondamentale. Nella tradizione cristiana “tradere” non significa conservare intatto un contenuto originario, bensì esporlo al rischio della ricezione, del fraintendimento, del discernimento, persino della contestazione.
Nel modello che emerge dagli studi della Scuola Abbà, invece, la trasmissione appare come custodia protettiva di un nucleo carismatico fragile, affidata a un gruppo ristretto di interpreti qualificati. Quando un carisma ha bisogno di essere difeso dalla comunità reale che lo ha incarnato, e affidato a un’istanza sapienziale separata, siamo già oltre la dinamica evangelica dello Spirito che “soffia dove vuole”.
3.3. Il “Paradiso ’49” come testo-fondamento: un’anomalia ecclesiologica
In questo modo i testi delle visioni del “paradiso ’49” di Chiara Lubich vengono assunti come chiave ermeneutica retroattiva dell’intera storia del movimento dei focolari e come criterio prospettico per il suo futuro. Teologicamente questo è problematico per almeno tre ragioni:
Inversione del criterio di discernimento. Nella Chiesa un eventuale carisma si giudica dai frutti storici, non il contrario. Qui, invece, la storia del movimento dei focolari (con le sue crisi, le sue ferite, le sue vittime) rischia di essere riletta alla luce di un’esperienza mistica che non può essere discussa perché non del tutto accessibile.
Spostamento dell’autorità. L’autorità non risiede più nel “sensus fidei” del popolo coinvolto, né nel confronto ecclesiale largo, ma in una competenza ermeneutica interna: chi “capisce” il “paradiso del ‘49”, capisce il carisma.
Assolutizzazione di una forma spirituale. Ogni carisma autentico è parziale, situato, storicamente segnato. Qui invece si intravede una tendenza a trattare quell’esperienza come forma quasi archetipica dello Spirito, capace di giudicare tempi, persone e strutture.
3.4. Il rischio della gnosi: la tentazione del sapere elitario
Il rischio più insidioso che emerge da questa nuova operazione editoriale della "Scuola Abbà" è quello di una deriva gnostica. Nella teologia cristiana, la Gnosi non è solo un’eresia antica, ma una tentazione perenne: l’idea che la verità non sia un dono pubblico e accessibile a tutti (Rivelazione pubblica), ma un segreto riservato a una cerchia di "pneumatici" o iniziati che possiedono la chiave interpretativa del mistero.
Quando una comunità eleva testi mistici privati e non pubblici a "norma" per il proprio futuro, si crea inevitabilmente un muro iniziatico. Da una parte c'è il popolo dei fedeli, che deve prestare un'adesione basata sulla fiducia; dall'altra c'è l'élite ermeneutica (in questo caso la Scuola Abbà) che amministra il "deposito" delle visioni. Questo schema rompe l'unità del corpo ecclesiale: la salvezza e la comprensione della fede non passano più per la trasparenza dei sacramenti e della Parola, ma per una conoscenza superiore e mediata. La Gnosi trasforma il carisma da "fuoco che riscalda" a "codice che controlla", sostituendo la gerarchia del servizio con una gerarchia della conoscenza riservata.
4. Problemi pneumatologici seri
4.1. La mediazione pneumatologica personale
A mio avviso il passaggio più problematico delle visioni di Chiara Lubich del “paradiso del ‘49”, proposto da Piero Coda come testo fondativo nello studio della Scuola Abbà “Trasmettere un carisma” è il capoverso 242:
“Io voglio che essi abbiano lo Spirito Santo zampillante come Dio lo diede a me. Non lo avranno direttamente, lo avranno per interposta persona, ma lo avranno vivo dalla viva bocca di chi lo trasmetterà vivendo ciò che Egli insegna per mezzo mio.”
Prima di procedere con la mia analisi desidero esaminare possibili interpretazioni alternative della formulazione "Non Lo avranno direttamente, Lo avranno per interposta persona". Vorrei infatti considerare e confutare le letture più benevole del testo, per verificare se le problematicità individuate siano effettivamente presenti o derivino da una mia lettura forzata (non mi reputo esente da bias). Esaminerò quattro possibili interpretazioni alternative, valutandone la plausibilità alla luce del contesto e della dottrina cattolica.
4.1.1 Interpretazione 1: la mediazione comunitaria ed ecclesiale
L'ipotesi
Si potrebbe sostenere che l'espressione "per interposta persona" non si riferisca a una mediazione pneumatologica personale di Chiara Lubich, ma alla mediazione comunitaria ed ecclesiale attraverso cui ogni carisma viene normalmente trasmesso. In questa lettura, il testo affermerebbe semplicemente che lo Spirito Santo viene accolto e trasmesso attraverso la comunità dei credenti, secondo la dinamica ordinaria della vita ecclesiale.
Elementi a favore
La frase successiva parla di "chi Lo trasmetterà" (plurale implicito), non necessariamente di Chiara in persona
Il riferimento a "Foco (l’onorevole Igino Giordani) che farà le parti di Maria" potrebbe indicare una funzione comunitaria, non personale
Il parallelismo con la Pentecoste (apostoli "radunati" con Maria) enfatizza la dimensione comunitaria
La teologia cattolica riconosce legittimamente la mediazione ecclesiale nella trasmissione della fede
Confutazione
Questa interpretazione, per quanto attraente, non regge all'esame del contesto complessivo per almeno cinque ragioni:
a) Il soggetto grammaticale è Chiara in persona. Il testo recita: "Io non voglio amare i miei posteri meno di me e perciò voglio che essi abbiano lo Spirito Santo zampillante come Dio Lo diede a me. Non Lo avranno direttamente, Lo avranno per interposta persona" (cpv. 242). Il pronome "me" stabilisce inequivocabilmente che il punto di riferimento è Chiara stessa, non la comunità in generale. Lo Spirito è stato dato "a me" in un modo specifico, e i posteri lo riceveranno "per interposta persona" rispetto a questo "me" originario.
b) La nota esplicativa di Chiara elimina ogni dubbio. Nella nota 219, Chiara stessa chiarisce: "Qui si dice che lo Spirito Santo, che è in me, cadrà sull'Opera, oltreché sulla nuova Presidente dell'Opera". Non dice "che è nella Chiesa" o "che è nella comunità", ma specificatamente "che è in me". Questa formulazione indica una concezione dello Spirito come presente in lei come fonte rispetto all'Opera.
c) La struttura del testo crea una gerarchia. Il testo stabilisce esplicitamente una distinzione tra:
Chiara che ha lo Spirito "direttamente" e "in tutta la sua pienezza" (cpv. 231)
I posteri che lo avranno "per interposta persona" (cpv. 242)
Questa non è la normale dinamica della mediazione ecclesiale, dove tutti i battezzati ricevono lo Spirito direttamente nei sacramenti. Qui si configura invece una ricezione di "seconda mano" rispetto a un'esperienza originaria privilegiata.
d) Il parallelismo con Cristo è rivelatore. Chiara usa esplicitamente il linguaggio del Vangelo di Giovanni riferito a Gesù: "Non vi lascerò orfani, ma vi manderò lo Spirito Consolatore" (cpv. 232). Questo parallelismo non descrive la normale mediazione comunitaria, ma attribuisce a Chiara una funzione analoga a quella di Cristo nel trasmettere lo Spirito.
e) La Scuola Abbà conferma questa lettura. Nel documento che stiamo esaminando, Piero Coda interpreta il testo proprio nel senso di una mediazione personale: parla di "riferimento fondante al dono dello Spirito Santo fatto alla Chiesa tramite Chiara" e di "fedeltà viva al carisma così com'è stato dato a Chiara" come "presupposto indispensabile per la trasmissione viva del carisma a chi viene dopo di lei" (p. 28). La Scuola Abbà stessa, quindi, non legge il testo come semplice mediazione comunitaria, ma come mediazione personale attraverso Chiara.
Conclusione: L'interpretazione comunitaria, pur teologicamente più accettabile, non corrisponde né alla lettera né allo spirito del testo.
4.1.2 Interpretazione 2: il linguaggio mistico
L'ipotesi
Si potrebbe argomentare che Chiara Lubich, scrivendo in uno stato di particolare di presunta illuminazione mistica, abbia utilizzato un linguaggio poetico e impreciso che non va inteso in senso dottrinale rigoroso. Le esperienze mistiche, per loro natura, utilizzano spesso formulazioni paradossali o apparentemente problematiche che vanno interpretate nel loro contesto esperienziale, non come proposizioni dogmatiche.
Elementi a favore
Il testo è scritto durante un'esperienza mistica intensa, non come trattato teologico
La tradizione mistica cristiana contiene molte formulazioni che, lette letteralmente, risulterebbero eterodosse
Santa Teresa d'Avila, San Giovanni della Croce e altri mistici usano linguaggio paradossale
La Chiesa distingue tra linguaggio mistico-esperienziale e formulazione dottrinale
Confutazione
Anche questa interpretazione, pur contenendo elementi di verità, non può assolvere le problematicità del testo per diverse ragioni:
a) Chiara stessa conferisce valore normativo al testo. Non siamo di fronte a un diario spirituale privato. Chiara annota esplicitamente in nota: "Occorre tener presente questa pagina quando morirò: che tutti sappiano che io qui dico che ci sarà sempre l'Ideale, che si ripeterà quello che io ho detto e di più, che perciò si va avanti" (nota 221). Questa è una chiara intenzionalità normativa: il testo deve essere "tenuto presente" come guida per il futuro dell'Opera. Non è quindi solo linguaggio mistico spontaneo, ma indicazione programmatica.
b) Il linguaggio è sistematico, non estemporaneo. L'espressione "per interposta persona" non è un'esclamazione mistica isolata, ma è inserita in un ragionamento strutturato c un he:
Stabilisce premesse (lo Spirito è in me in pienezza)
Descrive conseguenze (cadrà sull'Opera alla mia morte)
Definisce modalità (non direttamente, ma per interposta persona)
Specifica condizioni (dalla viva bocca di chi lo trasmetterà vivendo ciò che Egli insegna per mezzo mio)
Questa è logica discorsiva, non linguaggio mistico ineffabile.
c) La Scuola Abbà lo tratta come testo dottrinale. Se fosse linguaggio mistico impreciso da non prendere alla lettera, perché la Scuola Abbà lo assume come testo fondante per elaborare una teologia della trasmissione del carisma? Piero Coda costruisce su questo passaggio un'intera ecclesiologia carismatica. Lo studio "Trasmettere un carisma" prende questo testo come base dottrinale, non come poesia mistica da relativizzare.
d) Il confronto con altri mistici è improprio. I linguaggi apparentemente problematici di Teresa d'Avila o Giovanni della Croce riguardano l'esperienza interiore dell'unione con Dio, non la struttura della trasmissione pneumatologica nella Chiesa. Quando i mistici autentici toccano questioni dottrinali (la natura della grazia, il ruolo dei sacramenti, la mediazione della Chiesa), lo fanno con ortodossia sostanziale, pur nella libertà del linguaggio.
e) La ripetizione sistematica nel tempo. Non si tratta di un'espressione isolata del 1949. Chiara tornerà ripetutamente, negli anni successivi, su questo tema della trasmissione del carisma attraverso la fedeltà a "chi ha iniziato", confermando che non era linguaggio impreciso ma convinzione radicata.
Conclusione: Il testo ha intenzionalità e struttura dottrinale, non è linguaggio mistico da relativizzare.
4.1.3 Interpretazione 3: la fedeltà alle intuizioni originarie, non alla persona
L'ipotesi
Si potrebbe sostenere che l'espressione "per interposta persona" non si riferisca a una mediazione attraverso la persona di Chiara, ma attraverso le sue intuizioni carismatiche originarie. In altre parole, i posteri riceverebbero lo Spirito "indirettamente" nel senso che devono rimanere fedeli all'ispirazione originaria del carisma, non nel senso che lo Spirito passi attraverso Chiara come canale necessario.
Elementi a favore
Il testo parla di "fedeltà a chi ha iniziato" (cpv. 238), che potrebbe significare fedeltà alle intuizioni
Ogni carisma ecclesiale richiede fedeltà alla visione originaria del fondatore
La continuità carismatica nella storia della Chiesa funziona così: Francesco d'Assisi, Ignazio, ecc.
Questa lettura sarebbe teologicamente ortodossa e pastoralmente sensata
Confutazione
Questa interpretazione, la più sofisticata e plausibile delle tre precedenti, rimane comunque insufficiente per diversi motivi:
a) Il testo parla di persona, non di intuizioni. L'espressione è letteralmente "per interposta persona", non "attraverso le intuizioni originarie" o "nella fedeltà all'ispirazione iniziale". La scelta lessicale è precisa e punta alla persona come mediazione.
b) Lo Spirito è detto essere "in me", non "nelle intuizioni". Il cpv. 231 afferma: "lo Spirito Santo che è in me in tutta la sua pienezza". Non dice "lo Spirito che ha ispirato queste intuizioni" o "lo Spirito che si manifesta in questo carisma", ma lo Spirito che è in me. C'è un'identificazione personale, non solo ideale.
c) La trasmissione richiede "vivere ciò che Egli insegna per mezzo mio". Il cpv. 242 specifica che lo Spirito sarà trasmesso "dalla viva bocca di chi Lo trasmetterà vivendo ciò che Egli insegna per mezzo mio". La formula "per mezzo mio" (non "secondo le intuizioni originarie" o "nella fedeltà allo spirito del carisma") indica che Chiara vede se stessa come il tramite necessario dell'insegnamento dello Spirito.
d) Il parallelismo con Cristo nella Scrittura. Chiara usa deliberatamente il linguaggio di Gesù nel Vangelo di Giovanni: "Non vi lascerò orfani, ma vi manderò lo Spirito Consolatore" (cpv. 232). Questo non è linguaggio di fedeltà a intuizioni, ma di mediazione personale nell'invio dello Spirito. Gesù non dice "rimanete fedeli alle mie intuizioni", ma "io vi manderò lo Spirito".
e) La struttura gerarchica della ricezione Il testo distingue esplicitamente:
Chiara: riceve lo Spirito "direttamente" (implicitamente, dal cpv. 242)
I posteri: lo ricevono "per interposta persona"
Questa distinzione non avrebbe senso se si trattasse solo di fedeltà alle intuizioni originarie. In quel caso, tutti (inclusa Chiara) riceverebbero lo Spirito direttamente da Dio e sarebbero tutti ugualmente chiamati alla fedeltà alle ispirazioni ricevute.
f) La Scuola Abbà come "interposta persona". La prassi attuale del movimento dei focolari conferma che l'interpretazione prevalente non è "fedeltà alle intuizioni" ma "mediazione attraverso interpreti autorizzati". La Scuola Abbà si pone esplicitamente come istanza necessaria per interpretare il carisma, non come semplice servizio di approfondimento. Questa è esattamente la realizzazione pratica di una "interposta persona" istituzionalizzata.
Conclusione: Per quanto teologicamente preferibile, questa interpretazione non corrisponde alla struttura del testo né alla prassi che ne è derivata.
4.1.4 Interpretazione 4: la distinzione tra carisma di fondazione e carisma vissuto
L'ipotesi
Si potrebbe distinguere tra il "carisma di fondazione" (dato una volta per sempre al fondatore) e il "carisma vissuto" (partecipato da tutti i membri). In questa lettura, Chiara avrebbe ricevuto lo Spirito "direttamente" nel senso del dono fondazionale originario, mentre i membri lo ricevono "indirettamente" nel senso che partecipano al carisma già costituito, non nel senso che passa attraverso Chiara come canale pneumatologico.
Elementi a favore
La teologia dei movimenti distingue effettivamente tra carisma di fondazione e partecipazione al carisma
Ogni famiglia religiosa ha un'esperienza fondativa unica che i membri successivi non ripetono
Questa distinzione è teologicamente ortodossa e presente nella tradizione
La lettera Iuvenescit Ecclesia (2016) parla di questa distinzione
Confutazione
Questa è l'interpretazione più sofisticata e teologicamente informata, ma presenta comunque problemi insuperabili:
a) Non è questa la distinzione che fa il testo. Se Chiara Lubich volesse distinguere tra carisma di fondazione e partecipazione al carisma, avrebbe potuto scrivere: "Io ho ricevuto il carisma per prima, come dono di fondazione, voi lo riceverete partecipando ad esso nella comunione". Invece scrive esplicitamente che i posteri "avranno lo Spirito Santo zampillante come Dio Lo diede a me. Non Lo avranno direttamente, Lo avranno per interposta persona" (cpv. 242). Il "come" (lo Spirito zampillante in ugual modo) contraddice una distinzione di natura tra il dono.
b) "Zampillante" implica immediatezza, non partecipazione mediata. L'immagine dello "zampillare" (Gv 4,14; 7,37-38) nella Scrittura indica la sorgente interiore diretta dello Spirito nel cuore del credente. Se i posteri hanno lo Spirito "zampillante" in loro, lo hanno direttamente da Dio, non attraverso una mediazione personale. Il testo invece afferma simultaneamente che sarà "zampillante" (diretto) MA "per interposta persona" (mediato): questa è una contraddizione teologica, non una distinzione tra carisma di fondazione e partecipazione.
c) Il problema è nella formula "per interposta persona" riferita allo Spirito. Anche accettando la distinzione tra carisma di fondazione e partecipazione, rimane problematico dire che lo Spirito Santo viene ricevuto "per interposta persona". Nella teologia cattolica:
Il carisma di fondazione è più intenso, più originario, più comprensivo
Ma lo Spirito Santo rimane dato direttamente da Dio anche a chi partecipa al carisma fondato da altri
Non esiste una "mediazione personale dello Spirito" nemmeno quando si distingue tra fondatore e membri
d) La Chiesa non usa mai questa terminologia per i fondatori. Nessun documento ecclesiale su San Francesco, Sant'Ignazio, San Giovanni Bosco o altri fondatori afferma che i loro figli spirituali ricevono lo Spirito "per interposta persona" del fondatore. Si dice che:
Partecipano allo stesso carisma
Sono fedeli allo spirito del fondatore
Ricevono lo stesso Spirito che ha ispirato il fondatore
Ma mai che lo Spirito passa attraverso il fondatore come mediazione necessaria.
e) Iuvenescit Ecclesia esclude questa interpretazione. La lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede Iuvenescit Ecclesia (15 maggio 2016), citata nelle note, afferma esplicitamente al n. 18: «È necessario guardarsi dalla possibilità di prospettare un'"ecclesiologia del carisma" come distinta e giustapposta all'ecclesiologia sacramentale e gerarchica [...] la distinzione dei doni non deve portare ad una diversità di soggetti».
In altre parole: non si possono creare due canali diversi di ricezione dello Spirito (uno diretto-sacramentale, uno mediato-carismatico). Tutti ricevono lo Spirito direttamente nei sacramenti, i carismi sono modalità specifiche di esercizio di questa unica grazia.
f) La prassi del movimento dei focolari contraddice questa interpretazione. Se fosse una distinzione teorica tra carisma di fondazione e partecipazione, non ci sarebbe bisogno:
di tenere i testi segreti per 80 anni
di creare una Scuola Abbà come istanza interpretativa necessaria
di pubblicare l'interpretazione prima delle fonti
di parlare di "fedeltà a chi ha iniziato" come condizione per "proseguire l'Opera"
Tutto questo indica che nella prassi concreta si è effettivamente creata una mediazione istituzionalizzata della comprensione e trasmissione del carisma, esattamente come il testo sembrerebbe suggerire.
Conclusione: Anche l'interpretazione più teologicamente sofisticata non elimina la problematicità del testo e della prassi che ne deriva.
4.1.5 Sintesi: perché le interpretazioni alternative non reggono
Dopo aver esaminato le quattro interpretazioni alternative più plausibili, posso concludere che nessuna di esse è in grado di risolvere le problematicità teologiche identificate, per una convergenza di fattori:
Il testo è chiaro
Non si tratta di linguaggio ambiguo che ammette molteplici letture. Il testo afferma esplicitamente:
Lo Spirito è "in me in tutta la sua pienezza"
I posteri lo avranno "come" Dio lo diede a me, ma "non direttamente"
Lo avranno "per interposta persona"
Lo avranno "dalla viva bocca di chi lo trasmetterà vivendo ciò che Egli insegna per mezzo mio"
Il contesto conferma la lettura problematica
Le note di Chiara specificano che parla dello Spirito "che è in me"
Il parallelismo con l'invio dello Spirito da parte di Cristo è esplicito
La struttura gerarchica (per interposta persona) è intenzionale
L'intento normativo per il futuro è dichiarato
La ricezione storica conferma questa interpretazione
La Scuola Abbà interpreta il testo proprio in senso di mediazione personale
La prassi di segretezza e controllo ermeneutico ne è l'attuazione pratica
Nessuna voce autorevole nel movimento dei focolari ha mai proposto le interpretazioni alternative qui esaminate
Lo studio della Scuola Abbà "Trasmettere un carisma" assume il testo come normativo in senso letterale
Le conseguenze pratiche rivelano il significato reale
Un testo si capisce anche dai suoi frutti storici. L'interpretazione problematica ha prodotto:
Ottant'anni di riservatezza sulle fonti
Una struttura gerarchica di accesso alla "verità" carismatica
Un'élite interpretativa (Scuola Abbà) necessaria
L'identificazione della fedeltà al carisma con la fedeltà agli interpreti autorizzati
Se le interpretazioni alternative che ho analizzato e proposto poc’anzi fossero state corrette, questi frutti non si sarebbero prodotti.
4.1.6 Conclusione metodologica
Con l'esame delle interpretazioni alternative ho voluto dimostrare che:
La critica teologica non deriva da errori interpretativi - Ho preso in considerazione seriamente le letture più benevole possibili
La problematicità è nel testo stesso, non nell'interpretazione - Nessuna ermeneutica della carità può dissolvere le contraddizioni oggettive
La prassi storica conferma la lettura problematica - Non siamo di fronte a un fraintendimento, ma all'attuazione coerente di una visione
La questione richiede risposta ecclesiale - Non basta una rilettura ermeneutica, serve un discernimento dottrinale.
Mi sento quindi di poter affermare con un certo grado di sicurezza che il capoverso 242 del testo di Chiara Lubich del ‘49 non sia espresso con un linguaggio poetico o mistico ma si tratti di contenuto dottrinale esplicito che afferma simultaneamente tre cose:
Lo Spirito è stato dato a Chiara Lubich in modo pieno e originario
I successori non lo riceveranno direttamente da Dio, ma tramite una mediazione
Questa mediazione passa attraverso il suo pensiero e la sua esperienza
Questo schema contraddice la pneumatologia neotestamentaria, la dottrina cattolica sulla grazia, il Vaticano II e la prassi ecclesiale più elementare. Non esiste nella Chiesa alcuna legittima dottrina secondo cui lo Spirito Santo venga dato “in pienezza” a uno e poi solo “per interposta persona” agli altri. (vedi nota 8)
Nella tradizione cristiana il principio è netto: lo Spirito Santo è dato direttamente da Dio, nella Chiesa, attraverso i sacramenti e la vita ecclesiale, ma mai per monopolio carismatico di una persona. Quando, negli scritti del “paradiso del ’49”, emerge l’idea che Chiara Lubich sia la porta privilegiata dello Spirito Santo per la sua Opera, ci troviamo davanti a una pneumatologia deviata. Il Nuovo Testamento è inequivocabile:
“A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune” (1Cor 12,7).
Ergo: non “a uno per tutti”, e non “attraverso uno verso gli altri”.
4.1.7 Implicazioni da tenere in conto
L'enfasi posta dalla Scuola Abbà su questi brani del "paradiso del '49" presentati come perno dell'epistemologia focolarina rischia di essere un clamoroso boomerang dogmatico e rivela la natura autoreferenziale dell'operazione: il rischio di non offrire un contributo alla teologia universale, ma di vincolare la conoscenza del divino alla centralità assoluta della persona di Chiara Lubich. È un'operazione che, lungi dal dare valore al carisma, lo isola in una struttura narcisistica dove la verità non è più libera, ma mediata forzatamente da un'unica esperienza privata elevata a categoria suprema.
Proprio la centralità assoluta, quasi ontologica, attribuita alla figura di Chiara Lubich, evidenzia un'anomalia difficilmente conciliabile con il pluralismo dei doni dello Spirito. Esaltando una simile "ipertrofia della fondatrice", la Scuola Abbà non solo espone la Lubich a critiche severe, ma condanna il movimento dei focolari al rischio dell'irrilevanza ecclesiale: una struttura così totalmente appiattita su un’unica personalità, infatti, smette di essere un corpo vivo per diventare il riflesso statico di un culto della personalità, segnando la propria autocondanna all'inesistenza teologica nel lungo periodo.
4.2. La “casta degli intermediari”: la Scuola Abbà come “sacerdozio ermeneutico”
Chiara Lubich sa che le sue visioni possono diventare assolute, e tenta di controllarne gli effetti. Ma lo fa non rinunciandovi, bensì istituzionalizzandole. Il passaggio chiave è questo:
“Lo avranno vivo dalla viva bocca di chi lo trasmetterà vivendo ciò che Egli insegna per mezzo mio.”
Qui è già presente la distinzione tra chi trasmette e chi riceve, la necessità di una ortodossia carismatica e la legittimazione di una élite che “vive correttamente” il messaggio. Quando la Scuola Abbà si presenta come l’istanza autorizzata a interpretare il “paradiso del ’49” e il luogo in cui si decide cosa di quell’esperienza sia “autentico”, ecco che si produce una seconda mediazione, ancora più problematica della prima della fondatrice. Abbiamo allora:
Chiara come mediatrice dell’accesso allo Spirito dell’unità
La Scuola Abbà come mediatrice dell’accesso a Chiara
Questo doppio passaggio per interposta persona è, teologicamente parlando, una struttura sacerdotale parallela, ma senza il controllo ecclesiale che il sacerdozio ministeriale possiede.
5. La forzatura dottrinale e metodologica
5.1. L’uso strumentale di Balthasar
La distinzione tra “spirito oggettivo” e “spirito soggettivo” in Hans Urs von Balthasar (vedi nota 3) è usata in modo scorretto e opportunistico. In Balthasar questa distinzione serve a proteggere la Chiesa dall’arbitrio mistico individuale e a sottoporre l’esperienza mistica personale al vaglio ecclesiale.
Piero Coda, nel primo capitolo della prima parte del volume, si produce esattamente nell’operazione inversa: eleva l’esperienza mistica di Chiara a luogo privilegiato dello spirito “oggettivo” e degrada così implicitamente ogni critica, disagio, obiezione, ferita storica a semplice “spirito soggettivo”. Quindi ciò che nasce come esperienza personale viene trattato come oggettivo.
5.2. La selezione dei testi
È purtroppo un fatto che i testi integrali delle visioni del “paradiso del ’49” non sono pubblici, non esiste ancora un’edizione critica accessibile e tuttavia vengono citati, evocati, assunti come normativi. Con estrema cura si scelgono sempre e solo i passaggi “digeribili”, ritenuti (ingenuamente forse) compatibili con l’ecclesiologia postconciliare.
Tutto ciò che sa di fusione, di assorbimento delle coscienze, di mediazione necessaria, di linguaggio assoluto e totalizzante, di culto della personalità rimane nel non-detto. In teologia, l’interpretazione non può precedere la pubblicazione delle fonti. Il controllo della ricezione attraverso il “cherry picking” testuale non tutela il carisma: lo espone al sospetto di opacità.
5.3. La gestione del consenso
L’operazione della Scuola Abbà non è finalizzata al discernimento, ma alla tenuta del sistema carismatico in una fase di crisi. I segnali sono tutti presenti:
centralizzazione dell’interpretazione
sacralizzazione della fonte
distinzione tra “iniziati” e “non iniziati”
delegittimazione preventiva del dissenso
appello costante allo Spirito per evitare il confronto sui contenuti
Questo non è il metodo della Chiesa. È il metodo dei sistemi carismatici che temono la perdita di controllo.
6. L'espediente degli Statuti
6.1. L’approvazione degli Statuti e la loro funzione
Di questa nuova pubblicazione sulle visioni di Chiara lubich quello che più di tutto risulta difficile da capire è la forzatura proposta dalla Scuola Abbà che tenta di basarsi sugli statuti del movimento dei focolari, riconosciuti e accettati dalla Chiesa (vedi nota 4), per legittimare il “paradiso del ‘49”. In realtà questo espediente è “lecito” in senso formale, ma è teologicamente scorretto e metodologicamente scorretto nel modo in cui viene usato. Provo a spiegare perché.
Che cosa sono davvero gli Statuti riconosciuti dalla Chiesa (e cosa NON sono): è necessario chiarire questo punto metodologico spesso equivocato. L’approvazione ecclesiastica degli Statuti di un movimento attesta la compatibilità giuridico-pastorale di una forma associativa con la comunione ecclesiale; non costituisce un giudizio dottrinale sulle esperienze mistiche del fondatore/fondatrice e non ratifica automaticamente le fonti spirituali originarie come normativamente vincolanti. Confondere il piano canonico con quello dogmatico è un errore di metodo. Da parte della Scuola Abbà utilizzare gli Statuti come fondamento retroattivo per legittimare i testi mistici non pubblici delle visioni di Chiara Lubich costituisce un salto logico e teologico non giustificabile.
Gli Statuti di un movimento, anche quando sono approvati dalla Santa Sede, hanno valore canonico e regolano vita, governo e finalità, ma NON sono una canonizzazione del fondatore/fondatrice, una ratifica delle sue esperienze mistiche, un giudizio teologico sui suoi scritti spirituali e tanto meno un imprimatur retroattivo sulle fonti carismatiche. Gli Statuti sono strumenti giuridico-pastorali, non atti dottrinali. La Chiesa, approvando uno Statuto, dice sostanzialmente: “Questa forma di vita associata è compatibile con la comunione ecclesiale qui e ora.” Ma non dice: “Tutto ciò che sta all’origine è teologicamente limpido, normativo e irriformabile.” Confondere questi due piani è un errore grave, e un teologo dovrebbe saperlo.
Quindi in sintesi, l’approvazione ecclesiastica degli Statuti attesta la compatibilità giuridico-pastorale di una forma associativa ma NON costituisce un giudizio dottrinale sulle esperienze mistiche del fondatore/fondatrice.
6.2. Lo spostamento illegittimo di piano
L’espediente utilizzato dagli studiosi della Scuola Abbà invece funziona così:
Si parte dagli Statuti come testo riconosciuto
Si afferma che gli Statuti custodiscono il “nucleo carismatico”
Da lì si risale a ritroso alle visioni del “paradiso del ’49” come testi fondanti
Si conclude che ciò che fonda gli Statuti è già ecclesialmente garantito
Questo passaggio è logicamente e teologicamente scivoloso. L’approvazione degli Statuti non santifica le fonti. Spesso gli Statuti sono compromessi prudenziali, frutto di negoziazione. Molte espressioni problematiche vengono neutralizzate o taciute proprio per ottenere l’approvazione. Usare gli Statuti come scudo retroattivo per proteggere testi non pubblici è una forzatura consapevole. È “lecito” ma solo come mossa retorica, non come argomento teologico. È un espediente che non viola alcuna norma formale. Ma attenzione:
lecito ≠ corretto
ammissibile ≠ onesto
È una strategia retorico-ecclesiastica, che serve a spostare il discorso dal contenuto al perimetro istituzionale e delegittimare ogni obiezione come anti-ecclesiale. Ma dal punto di vista del metodo teologico, è un “non sequitur". Purtroppo per i focolarini e la Scuola Abbà gli Statuti NON possono fare ciò che gli chiedono di fare. Qui bisogna essere “chiarissimi”. Gli Statuti possono:
regolare la governance;
definire finalità apostoliche;
indicare uno “spirito” generale;
stabilire riferimenti identitari minimi.
Gli Statuti NON possono:
fondare una pneumatologia;
legittimare una mediazione carismatica personale;
giustificare una catena interpretativa necessaria;
risolvere ambiguità mistiche.
Quando la Scuola Abbà usa gli Statuti per dire, in sostanza: “Il carisma è riconosciuto, quindi la fonte è sana”, sta chiedendo agli Statuti più di quanto possano dare. Questo, in teologia, ha un nome preciso: abuso di fondamento. La forzatura non sta nell’usare gli Statuti. Consiste nel provare ad affermare ciò che gli Statuti non esprimono e cioè:
non dicono che lo Spirito si trasmette “per interposta persona”;
non dicono che la fondatrice abbia una funzione pneumatologica;
non dicono che esista un’élite ermeneutica necessaria;
non dicono che i testi mistici siano normativi.
Eppure questi elementi vengono reintrodotti teologicamente dalla Scuola Abbà che prova a fare leva sull’approvazione degli Statuti. Un teologo serio sa benissimo di compiere un doppio salto carpiato con avvitamento e sa di poterlo fare perché la Chiesa approva Statuti ma non analizza nel dettaglio ogni fonte mistica. È formalmente lecito, ma teologicamente scorretto. È un uso strumentale dell’istituzione per mettere al riparo un impianto fragile che con molta probabilità non reggerebbe in un confronto teologico libero, pubblico e non interno. E soprattutto: chi usa gli Statuti come scudo sa di non poter usare i testi integrali. E questo smaschera più di tutto questa nuova operazione teologico-editoriale della Scuola Abbà.
7. Come può la Chiesa accettare tutto questo?
7.1. Conoscenza parziale?
L’ipotesi più plausibile è che La Chiesa accetti le visioni di Chiara Lubich del “paradiso del ‘49” forse perché non le ha mai potute analizzare per intero; oppure le ha sempre ricevute mediate, filtrate, “teologizzate” o perché i garanti sono persone “affidabili”, colte, ben inserite nelle dinamiche oltre Tevere. Ma se quei testi fossero presentati oggi, integralmente, senza cornice apologetica, in una commissione teologica immune al bias focolarino, probabilmente non passerebbero perché violano principi non negoziabili: unicità della mediazione di Cristo, immediatezza della grazia, libertà dello Spirito e uguaglianza battesimale dei fedeli.
Ma anche scegliendo i passaggi “presentabili”, come di solito fanno quelli della Scuola Abbà, il nucleo del “paradiso del ‘49” resta controverso. E proprio per questo l’operazione della Scuola Abbà non è solo miope, ma gravemente problematico: perché normalizza ciò che andrebbe invece esposto, discusso, ridimensionato e corretto. Non è quindi la Chiesa che non sa. È che non le è mai stato permesso di capire fino in fondo. E questo, sì, è probabilmente uno scandalo ecclesiale vero.
7.2. L’obiezione: “la Chiesa conosce tutto”
Coda e i suoi colleghi della Scuola Abbà potrebbero comunque obiettare che la Chiesa conosce per intero i testi delle visioni del “paradiso del '49” della trentina. Ma, se lo facessero, non risolverebbero il problema: lo sposterebbero soltanto. E, anzi, lo aggraverebbero. “La Chiesa conosce tutto” non equivale a “la Chiesa ha potuto discernere tutto”. È una distinzione decisiva.
Anche ammettendo per ipotesi che i dicasteri competenti, alcuni teologi di riferimento o singoli vescovi abbiano avuto accesso integrale ai testi delle visioni di Chiara Lubich del “paradiso del ’49”, questo non significa affatto che tali testi siano stati accettati ecclesialmente in modo pubblico e vincolante, siano stati valutati criticamente nel loro insieme e siano stati approvati come normativi per la vita spirituale dei fedeli. Nella Chiesa conoscere non è assumere, tollerare non è ratificare, non condannare non è legittimare. La storia delle mistiche cattoliche è piena di testi conosciuti, archiviati, letti da teologi ma non assunti come fondamento carismatico normativo.
Se davvero la Chiesa “conosce tutto”, allora perché non è tutto pubblico? Se i testi del ’49 che raccontano le visioni di Chiara Lubich sono integralmente noti alla Chiesa, non contengono nulla di dottrinalmente problematico e sono compatibili con l’ecclesiologia cattolica, allora non esiste alcuna ragione teologica seria per cui non possano essere pubblicati integralmente, non possano essere sottoposti a edizione critica, non possano essere letti integralmente dai membri del movimento dei focolari, da teologi esterni e da chiunque lo volesse.
In ogni caso anche ammesso e concesso che i testi delle visioni della Lubich siano “conosciuti”, restano teologicamente problematici. Il passo citato — quello della mediazione dello Spirito “per interposta persona” — resta problematico in sé, indipendentemente da chi lo conosca. La questione non è “La Chiesa lo conosce?”. La questione è piuttosto: “un testo che afferma la mediazione dello Spirito “per interposta persona” può essere assunto come chiave normativa di un carisma ecclesiale?” La risposta, teologicamente, è no. Nemmeno se fosse stato letto da una Congregazione, fosse stato tollerato, fosse stato contestualizzato internamente. Un testo che attribuisce a una persona una funzione di mediazione pneumatologica, prevede una trasmissione dello Spirito non diretta ma gerarchizzata, fonda una catena interpretativa necessaria, non può diventare fondamento operativo di una ecclesialità sana.
7.3. L’avallo implicito
La Scuola Abbà potrebbe ulteriormente obiettare: “...se fosse davvero così grave, Roma sarebbe intervenuta.” Questo è un ragionamento fallace: l’ “avallo implicito” è teologicamente scorretto. La Chiesa spesso non interviene su testi interni ai movimenti, soprattutto quando non sono pubblici e quando gli effetti sono confinati in ambiti ristretti. L’assenza di condanna non equivale a riconoscimento. E soprattutto non equivale a autorizzazione teologica preventiva. Molti movimenti sono stati corretti decenni dopo, quando le fonti sono diventate accessibili, le dinamiche si sono chiarite, le ferite e le incongruenze sono emerse. Invocare il silenzio della Chiesa come prova di legittimità è un abuso apologetico.
La Chiesa inoltre non funziona per arcani riservati. Quando qualcosa è sano, lo si espone. Quando qualcosa è fragile, lo si accompagna con chiarezza, non con reticenza. Il fatto stesso che i focolarini continuino a citare, a parafrasare, a selezionare ma non a pubblicare per intero, indica che temono la ricezione non mediata. Questo non è un argomento a favore dell’ortodossia. È un sintomo di insicurezza dottrinale.
7.4. Perché “teologizzare” prima di pubblicare?
Ci si chiede quindi perché “teologizzare” prima di pubblicare? Se davvero la Chiesa conosce tutto e non c’è nulla da temere, perché questa strategia? Teologia prima delle fonti, interpretazione prima della pubblicazione, cornice prima del testo, autorità prima della trasparenza? Questa non è la sequenza tipica del discernimento, ma del controllo della ricezione. Ed è qui che l’operazione della scuola Abbà diventa grave, non perché inventi ma perché pre-orienta.
Se la Scuola Abbà dicesse: “La Chiesa conosce per intero le visioni del “paradiso del ’49”, la risposta teologicamente corretta sarebbe questa: allora le renda pubbliche. Le esponga integralmente. Le lasci giudicare dal popolo di Dio e dalla teologia non allineata e priva di bias focolarini. E smetta di usarle come fondamento normativo finché restano opache. Finché questo non avviene, l’obiezione non assolve, ma accusa. Perché uno Spirito che ha bisogno di essere difeso dalla luce non è lo Spirito del Vangelo.
8. Conclusioni
8.1. La libertà del soggetto
Una delle critiche che più spesso si sentono riferire a Chiara Lubich e ai focolarini è la spersonalizzazione dell’individuo chiamato a perdersi nelle dinamiche del gruppo a favore del leader di turno, caldamente invitato a rinunciare, sino al ”morire a se stessi”, a tutto quanto possa essere visto di impedimento al raggiungimento dell’unità. Ma nella sapienza millenaria della Chiesa vi è il deposito di un criterio semplice e radicale per il discernimento spirituale: lo Spirito di Dio genera libertà, responsabilità e maturità del soggetto.
Quindi ogni impianto spirituale che chieda sospensione del discernimento personale, sostituisca la coscienza con la fedeltà, privilegi la ripetizione rispetto alla creatività e tema l’accesso diretto alle fonti, entra in tensione con il Vangelo.
8.2. Un carisma non si protegge e trasmette schermandolo
La questione qui sollevata non riguarda la buona fede della fondatrice né il valore storico del movimento dei focolari. Riguarda la legittimità teologica di un’operazione, come questa che sta tentando la Scuola Abbà, che:
istituzionalizza una mediazione pneumatologica personale
costruisce una doppia interposta persona
utilizza in modo improprio categorie teologiche autorevoli
si appoggia agli Statuti per legittimare ciò che gli Statuti non dicono
ritarda la trasparenza delle fonti mentre ne anticipa l’interpretazione normativa
In teologia, questo non può essere considerato un dettaglio. Un carisma non si protegge schermandolo dal discernimento. Si espone alla luce, accettando anche il rischio della revisione.
8.3. Invito alla trasparenza
Alla luce dell'analisi condotta, l'operazione teologico-editoriale della Scuola Abbà non può essere considerata un semplice approfondimento dottrinale, ma si configura come una scelta di campo che dovrebbe interpellare la coscienza ecclesiale. Il mio intento è stato quello di mettere in luce una serie di criticità strutturali che vanno oltre la valutazione del valore del movimento dei focolari. L'attuale impianto dottrinale proposto dagli studiosi della Scuola Abbà solleva questioni di legittimità che non possono essere eluse:
L’anomalia della mediazione: l'ipotesi di una ricezione dello Spirito mediata da una figura storica e amministrata da un centro studi interno crea una rottura con l'ecclesiologia pubblica. Tale modello sostituisce il principio di prossimità universale alla Verità con una catena di dipendenza ermeneutica.(8)
L’opacità delle fonti come strumento di controllo: il mantenimento del regime di riservatezza sui testi delle visioni del “paradiso del ’49”, a fronte di una loro interpretazione normativa già operativa, configura un sistema asimmetrico. In qualunque istituzione, la gestione di fonti inaccessibili da parte di un'élite interpretativa si configura come gnosi e trasforma inevitabilmente la dottrina in uno strumento di potere.(9)
La tensione con il discernimento pubblico: se una proposta spirituale non accetta di esporsi integralmente al vaglio della comunità e della critica teologica, essa rinuncia alla propria rilevanza pubblica per rifugiarsi in una dimensione autoreferenziale e iniziatica.(10)
Queste mie osservazioni vogliono essere un invito alla trasparenza. La Chiesa insegna che un carisma autentico non teme la luce, né il confronto con la teologia pubblica e la società. Affinché la proposta dei Focolari possa rivendicare una qualsivoglia legittimità teologica e pubblica è necessario che i testi delle visioni di Chiara Lubich del "paradiso del ’49" cessino di essere un deposito amministrato da pochi e diventino un patrimonio esposto al vaglio della società e dell'intera comunità cristiana.
Solo se il movimento dei focolari accetterà di rinunciare al controllo normativo sul mistero, potrà davvero essere di servizio alla Chiesa e non un dispositivo di potere spirituale.(11) La rinuncia a ogni forma di "potere carismatico" – inteso come controllo sulle coscienze tramite fonti riservate – è la condizione minima perché una realtà possa dirsi in dialogo con la Chiesa e con la società contemporanea.
Lo Spirito, per sua natura, non può essere oggetto di amministrazione privata e non ha bisogno di essere "filtrato" o protetto: ha bisogno di cuori liberi. Qualunque struttura che tenti di normarne lo "zampillo" attraverso filtri d'autorità o mediazioni esclusive, finisce per sostituire l'evento spirituale con un dispositivo di governo.
La questione, dunque, resta aperta: riuscirà il movimento dei focolari a sopravvivere alla fine del segreto sulle sue origini? Solo la pubblicazione integrale delle fonti potrà dare una risposta.
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Photo by Ansh Maurya
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Note
* Nota sulla documentazione - Tale documentazione, pur non essendo stata ottenuta attraverso canali ufficiali pubblici (poiché tali canali non esistono), è stata ricevuta all'interno di percorsi formativi legittimi previsti per i membri consacrati. L'autore è disponibile a condividere questa documentazione con autorità ecclesiali competenti che ne facessero richiesta ai fini del discernimento. Per ovvie ragioni di tutela delle fonti, non è possibile indicare in dettaglio la provenienza specifica di ciascun documento, ma l'autore garantisce sulla loro autenticità sulla base della conoscenza diretta del contesto interno e del confronto incrociato tra diverse copie dello stesso materiale ricevute indipendentemente.
- 1 Coda, Piero; Pelli, Anna (2025). Edizioni Città Nuova (vedi link)
- 3 Riportiamo i capoversi 231-243 del “paradiso del '49”, scritti il 25 luglio 1949. Sono tratti dal manoscritto ufficiale in dotazione esclusiva della Scuola Abbà con la numerazione e i riferimenti alle scritture non presenti negli originali.
231.Oggi compresi come nell’attimo della mia morte cadrà sulle mie anime lo Spirito Santo che è in me in tutta la sua pienezza e cadrà su di loro e su Foco (che farà le parti di Maria) radunati.
232. Allora per questo ad essi potrò dire, come già disse Lui: «Non vi lascerò orfani, ma vi manderò lo Spirito Consolatore» (cf. Gv 14, 18; 15, 26), il quale ripeterà loro ciò che io ho detto e di più.
233. Ciò che importa è che noi non guardiamo ai santi se non come a fratelli da amare, ma non da imitare pedestremente.
234. Iddio non Si ripete mai e ciò che a Lui piacque per essi non piace per noi.
235. Il conoscere troppo bene la vita dei santi e l’averla ammirata, se può aver fatto molto bene, può essere un grave inciampo perché può legarci, può incitarci a dettar leggi noi al Signore, in questa “divina avventura” che è tutta in mano sua.
236. Anche il pensare che è bene scrivere per i posteri ciò che Iddio ci va illustrando è un pensiero contro la perfetta carità e appare ispirato dalla carità.
237. Tutte queste carte che ho scritto valgono nulla se l’anima che le legge non ama, non è in Dio. Valgono se è Dio che le legge in lei.
238. Ora ciò che io voglio lasciare a chi seguirà il mio Ideale è la sicurezza che basta lo Spirito Santo (e la fedeltà a chi ha iniziato) per proseguire l’Opera.
239. Lo Spirito Santo è il “porro unum” (cf. Lc 10, 42).
240. Di accessorio poi posso lasciare anche quanto ho scritto: ma vale se è preso come “accessorio”. Anche Gesù, pur essendo Dio ed avendo tutto in Sé, non è venuto per distruggere e far ex-novo, ma per completare (cf. Mt 5, 17).
241. Così chi mi seguirà potrà completare quanto io ho fatto.
242. Io non voglio amare i miei posteri meno di me e perciò voglio che essi abbiano lo Spirito Santo zampillante (cf. Gv 4, 14) come Dio Lo diede a me. Non Lo avranno direttamente, Lo avranno per interposta persona, ma Lo avranno vivo dalla viva bocca di chi Lo trasmetterà vivendo ciò che Egli insegna per mezzo mio.
243. Così è bene togliere decisamente ogni altra preoccupazione di quella di fare la divina volontà che momento per momento ci è manifestata, ma senza suggerire nulla a Dio.
- 4 Per Hans Urs von Balthasar lo "spirito oggettivo" è l'azione dello Spirito Santo stabilizzata e garantita nelle forme visibili e istituzionali della Chiesa (Scrittura, sacramenti, dogma, ministero apostolico). Lo "spirito soggettivo" è invece l'azione dello stesso Spirito nell'esperienza interiore, carismatica e personale dei credenti, nei movimenti, nelle ispirazioni, nella santità vissuta. Von Balthasar introduce questa distinzione per evitare due riduzionismi opposti: un istituzionalismo che identificherebbe lo Spirito solo con le strutture e l'autorità e uno spiritualismo che lo scioglierebbe nell'esperienza soggettiva, sganciata dalla forma ecclesiale. La distinzione serve dunque a tenere insieme forma e vita, oggettività e libertà, senza confonderle né separarle. La Chiesa non può controllare lo Spirito (che eccede sempre le strutture), ma neppure può riconoscerlo prescindendo dalle forme oggettive. I carismi e le esperienze spirituali devono essere sottoposti al discernimento della Chiesa, non assorbiti né repressi. La tensione tra Spirito oggettivo e soggettivo è costitutiva, non patologica: è il luogo in cui la Chiesa rimane viva, non autoreferenziale. In sintesi: per von Balthasar la salute ecclesiale dipende dall'unità nella distinzione tra istituzione e carisma, non dalla vittoria dell'una sull'altro.
Riferimenti: Hans Urs von Balthasar, Theologik. Band III: Der Geist der Wahrheit, Johannes Verlag, Einsiedeln 1987, in particolare Parte II, Cap. 2: "Der objektive Geist" (pp. 307-319) e Cap. 3: "Der subjektive Geist" (pp. 369-400). Ed. italiana: Teologica. Volume III: Lo Spirito della Verità, trad. it. di G. Sommavilla, Jaca Book, Milano 1992, pp. 315-327 e pp. 377-410.
- 5 L'approvazione degli Statuti del movimento dei Focolari non è avvenuta in un'unica data, ma si è trattato di un percorso progressivo durato decenni. Ecco le tappe fondamentali:
1. La prima approvazione (1962) È la data storica che segna la fine del periodo di osservazione e sospetto da parte del Sant'Uffizio. Il 23 marzo 1962 Papa Giovanni XXIII approva i primi statuti “ad experimentum” (cioè in via provvisoria). È il momento in cui la Chiesa riconosce ufficialmente l'esistenza dell'Opera di Maria (nome ufficiale del movimento dei focolari)
2. L'approvazione definitiva e l'assetto unitario (1990) Questa è la data teologicamente e giuridicamente più rilevante. Il 29 giugno 1990 il Pontificio Consiglio per i Laici, sotto Giovanni Paolo II, approva in via definitiva gli “Statuti Generali”. Per la prima volta veniva riconosciuta l'unitarietà del movimento dei focolari (composto da laici, consacrati, sposati e sacerdoti) sotto un'unica presidenza.
3. Le revisioni post-fondatrice (2014 - oggi) Dopo la morte di Chiara Lubich (2008), gli statuti hanno subito aggiornamenti fisiologici. Nel 2014 l’ approvazione delle modifiche necessarie per la gestione del movimento dei focolari dopo la scomparsa della fondatrice. Negli ultimi anni sono state apportate inoltre modifiche per adeguarsi alle nuove norme vaticane volute da Papa Francesco riguardanti i limiti di mandato per i vertici dei movimenti ecclesiali e la prevenzione degli abusi.
- 6 La Chiesa cattolica ha codificato queste distinzioni per proteggere il deposito della fede, evitando che singole esperienze mistiche (anche se autentiche) vengano equiparate alla Parola di Dio. Ecco i riferimenti normativi e dottrinali:
1. Rivelazione Pubblica vs Rivelazione Privata
Il riferimento principale è il Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC), ai punti 65-67. L’Art. 66 afferma che l'economia cristiana, essendo l'Alleanza nuova e definitiva, "non passerà mai, e non c'è da aspettarsi alcuna nuova rivelazione pubblica prima della manifestazione gloriosa del Signore". L’Art. 67 definisce le rivelazioni private. Spiega che esse non hanno il compito di "migliorare" o "completare" la Rivelazione definitiva di Cristo, ma di aiutare a viverla più pienamente in una determinata epoca storica.
2. Tradizione Viva e Magistero
Per capire come la Rivelazione viene trasmessa e interpretata, il testo fondamentale è la Costituzione Dogmatica Dei Verbum (Concilio Vaticano II), in particolare il Capitolo IV: qui si spiega che Scrittura e Tradizione formano un unico deposito della Parola. Si chiarisce inoltre che il compito di interpretare autenticamente la Parola è affidato solo al Magistero vivo della Chiesa (il Papa e i Vescovi in comunione con lui).
3. Carismi storici e la loro approvazione
Il quadro normativo per i movimenti e i carismi (come i focolari) si trova nel Codice di Diritto Canonico: i canoni 298-329 disciplinano le associazioni di fedeli. Il canone 305 stabilisce che tutte le associazioni di fedeli sono soggette alla vigilanza dell'autorità ecclesiastica (per verificare che il carisma non vada contro la fede o la morale).
4. Il discernimento delle esperienze mistiche
Per quanto riguarda le rivelazioni o esperienze "private" (come le visioni del "paradiso del'49" di Chiara Lubich), le regole di discernimento sono state recentemente aggiornate dal Dicastero per la Dottrina della Fede con il documento: "Norme per procedere nel discernimento di presunti fenomeni soprannaturali" (17 maggio 2024). Queste norme stabiliscono che la Chiesa non dichiara più con certezza che un fenomeno è "soprannaturale" (constat de supernaturalitate), ma si limita a dare un "Nihil obstat" (nulla osta) per permettere che i frutti spirituali del carisma siano diffusi, purché non contrastino con la Rivelazione Pubblica.
- 7 Chiara Lubich affronta esplicitamente il rischio di essere una setta a pagina 77 del manoscritto relativo al raduno con i capizona dell'ottobre 1974 dove parlerà loro proprio delle visioni del "paradiso del ‘49”. (Documento inedito in mio possesso). Ecco i dettagli del suo ragionamento.
La definizione di setta: Chiara Lubich spiega che le "sette" sono tali perché «si chiudono», anche quando possiedono un ideale apparentemente corretto o basato sul Vangelo, come il concetto del "dove due o più sono uniti" (cita ad esempio i riformati).
Il rischio: il pericolo specifico per l'Opera (il movimento dei focolari n.d.r.) è quello di rimanere chiusi nel proprio "due o più" locale o associativo. Chiara Lubich avverte che se i membri non ammettessero che in quella stessa unità è presente tutta la Chiesa (l'Ut Omnes universale, presente, passato e futuro, inclusa la Chiesa trionfante e purgante), allora cadrebbero nell'errore: «noi non siamo l'Ideale, siamo una setta».
La "chiesuola": la Lubich definisce la "grande riprova" della validità del loro cammino la capacità di distinguere se "stiano agendo come una "chiesuola" (un piccolo gruppo isolato e autoreferenziale) o come Chiesa universale.
Sottomissione al Papa: per evitare questa deriva settaria, Chiara Lubich sottolinea la necessità per l'Anima (il gruppo) di presentarsi al "vero Pietro" (il Papa) per "morire", ovvero per sottomettere la propria "piccola idea" a quella "grande" del Pontefice, affinché la luce del carisma diventi "Volontà di Dio" per tutta la Chiesa.
In sintesi, il rischio di essere una setta viene individuato dalla Lubich nella mancanza di universalità e nella chiusura esclusivista, che verrebbero superate solo attraverso l'immedesimazione totale con la Chiesa cattolica e la grazia del papato.
- 8 Cfr. Congregazione per la Dottrina della Fede, Lettera Iuvenescit Ecclesia (15 maggio 2016), n. 18: «È necessario guardarsi dalla possibilità di prospettare un’“ecclesiologia del carisma” come distinta e giustapposta all’ecclesiologia sacramentale e gerarchica [...] la distinzione dei doni non deve portare ad una diversità di soggetti». Tale documento ribadisce che non esiste una ricezione del carisma autonoma dalla mediazione sacramentale pubblica della Chiesa.
- 9 Cfr. Il passo che identifica il momento culminante e conclusivo della Rivelazione, si trova nel numero 4 della Costituzione Dei Verbum. Il testo afferma con precisione che Dio, dopo aver parlato in molti modi attraverso i profeti, ha parlato ultimamente per mezzo del Figlio. L'argomentazione teologica del documento si articola sulla missione di Gesù Cristo come Verbo fatto carne, inviato per abitare tra gli uomini e spiegare loro i segreti di Dio. La specifica formulazione magisteriale recita: "Gesù Cristo dunque, Verbo fatto carne, mandato come uomo agli uomini, parla le parole di Dio e porta a compimento l'opera di salvezza affidatagli dal Padre. Perciò egli... col fatto stesso della sua presenza e con la manifestazione che fa di sé con le parole e con le opere, con i segni e con i miracoli, e specialmente con la sua morte e la sua gloriosa risurrezione di tra i morti, e infine con l'invio dello Spirito di verità, compie e completa la Rivelazione e la corrobora con la divina testimonianza". Questa affermazione lega indissolubilmente il concetto di "pienezza" (plenitudo) a quello di "compimento" (perficit), indicando che la Rivelazione non è solo conclusa nel tempo, ma è perfetta nella sua qualità.
Cf. inoltre il Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 67: Le rivelazioni cosiddette "private" non appartengono al deposito della fede. «Il loro ruolo non è quello di “migliorare” o di “completare” la Rivelazione definitiva di Cristo, ma di aiutare a viverla più pienamente». L'uso normativo e vincolante di testi non pubblici eccede dunque lo statuto teologico che la Chiesa assegna alle esperienze mistiche private.
- 10 Cfr. Concilio Vaticano II, Costituzione Dogmatica Dei Verbum, n. 10: «L’ufficio di interpretare autenticamente la parola di Dio scritta o trasmessa è affidato al solo Magistero vivo della Chiesa». Una struttura che rivendichi un'esclusività interpretativa sulle fonti carismatiche, sottraendole al vaglio pubblico, entra in tensione con il compito universale del Magistero.
- 11 Cfr. Papa Francesco, Discorso ai partecipanti all'incontro promosso dal Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, 16 settembre 2021: «L’abuso di autorità nasce quando si pensa di essere i soli interpreti del carisma, impedendo la libertà dell'altro». Il Papa avverte esplicitamente contro il "tradimento del carisma" che avviene quando la struttura di governo si sovrappone alla coscienza del fedele tramite il monopolio del carisma stesso.

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