"Mayday, mayday, mayday…"*
di Francesco Murru
Qualche giorno fa mi sono recato in centro per alcune compere. Le vetrine dei negozi mi hanno suggerito una riflessione: il manichino è quanto di più lontano ci sia dalla realtà. È un'astrazione, una rappresentazione plastica di un ideale statisticamente improbabile. Esisterà certo, tra milioni di persone, quel tipo di fisico che rispecchia esattamente quello del manichino ma si tratta di un'eccezione, non della norma. Eppure noi continuiamo a comprare come se quella norma ci riguardasse. Ma davanti al primo specchio la realtà irrompe con tutto il suo cinismo: quella polo così elegante in vetrina mette in risalto qualche chilo di troppo; quei pantaloni ti fanno sembrare "Pinocchio va in città"; quel color pastello ti fa sembrare un malato di peste; quei mocassini, nuvole promesse, si rivelano strumenti di tortura medievale dopo solo un paio d'ore ai piedi.
Il problema non è il manichino. Il problema è illudersi scegliendolo in base a un modello profondamente distorto: il manichino abita uno spazio dove l'imperfezione non esiste e non è contemplata. Il manichino poi, dettaglio da non trascurare, non soffre.
C'è un termine teologico antico per questa tendenza se la si applica alle istituzioni religiose di cui mi occupo in questo spazio di riflessione: "docetismo". Nel II secolo indicava l'eresia di chi sosteneva che Cristo fosse solo "sembrato" incarnarsi, solo "sembrato" soffrire, perché la divinità non può lambire la materia imperfetta. Applicato alle istituzioni religiose, il docetismo è la tentazione di mostrare solo la perfezione della presunta proposta spirituale di turno, impedendone l'incarnazione reale che invece implica limite, errore, ombra, imperfezione, malattia.
Qualche giorno fa mi sono recato in centro per alcune compere. Le vetrine dei negozi mi hanno suggerito una riflessione: il manichino è quanto di più lontano ci sia dalla realtà. È un'astrazione, una rappresentazione plastica di un ideale statisticamente improbabile. Esisterà certo, tra milioni di persone, quel tipo di fisico che rispecchia esattamente quello del manichino ma si tratta di un'eccezione, non della norma. Eppure noi continuiamo a comprare come se quella norma ci riguardasse. Ma davanti al primo specchio la realtà irrompe con tutto il suo cinismo: quella polo così elegante in vetrina mette in risalto qualche chilo di troppo; quei pantaloni ti fanno sembrare "Pinocchio va in città"; quel color pastello ti fa sembrare un malato di peste; quei mocassini, nuvole promesse, si rivelano strumenti di tortura medievale dopo solo un paio d'ore ai piedi.
Il problema non è il manichino. Il problema è illudersi scegliendolo in base a un modello profondamente distorto: il manichino abita uno spazio dove l'imperfezione non esiste e non è contemplata. Il manichino poi, dettaglio da non trascurare, non soffre.
C'è un termine teologico antico per questa tendenza se la si applica alle istituzioni religiose di cui mi occupo in questo spazio di riflessione: "docetismo". Nel II secolo indicava l'eresia di chi sosteneva che Cristo fosse solo "sembrato" incarnarsi, solo "sembrato" soffrire, perché la divinità non può lambire la materia imperfetta. Applicato alle istituzioni religiose, il docetismo è la tentazione di mostrare solo la perfezione della presunta proposta spirituale di turno, impedendone l'incarnazione reale che invece implica limite, errore, ombra, imperfezione, malattia.
Un errore antico
Qualche giorno fa ho letto un interessante articolo sul "survivorship bias", il “bias del sopravvissuto”, e alcune riflessioni hanno cominciato a connettersi, a stratificarsi, a illuminare angoli della mia decennale esperienza nel movimento dei focolari arrivando appunto sino al manichino in vetrina.Il “bias del sopravvissuto” è un errore logico che consiste nel concentrarsi esclusivamente su persone, cose o situazioni che hanno superato un processo di selezione, ignorando sistematicamente quelle che non ce l'hanno fatta. Questa distorsione cognitiva, studiata nell'ambito della psicologia del giudizio e delle "cognitive biases", porta a costruire visioni del mondo troppo ottimistiche e causalmente errate, perché basate solo su chi "ce l'ha fatta, ci è riuscito, ha avuto successo", senza considerare la massa silenziosa di chi, suo malgrado, ha fallito, è rimasto o è stato lasciato indietro.
L'esempio più celebre e istruttivo risale alla Seconda Guerra Mondiale. L'esercito americano voleva rinforzare i propri bombardieri per ridurre le perdite e analizzò i fori di proiettile sui velivoli che tornavano dalle missioni. I militari erano pronti a rinforzare le zone più colpite, ali, fusoliera, coda, seguendo una logica apparentemente inattaccabile: rinforza dove ti hanno colpito. Fu il matematico ungherese Abraham Wald a capire l'errore fatale di quel ragionamento: bisognava rinforzare le zone "senza" fori, i motori, in particolare. Gli aerei colpiti in quei punti non tornavano affatto alla base e proprio la loro assenza e il loro silenzio avrebbero potuto indicare i veri punti critici e le vulnerabilità cui porre rimedio. I militari che commisero quell'errore di valutazione non erano incompetenti. Erano esperti. Sapevano tutto sugli aerei, sulle missioni, sulle traiettorie dei proiettili. Ed è esattamente per questo che non riuscivano a vedere. La loro competenza era diventata un filtro che escludeva sistematicamente i dati che contraddicevano il quadro già formato. Erano "ciechi per competenza": più sapevano del sistema, meno riuscivano a immaginarne il fallimento.
Perché accade
La ragione di questa distorsione cognitiva è, in parte, evolutiva. Per gran parte della storia umana, imparare dai sopravvissuti era una strategia adattiva: osservare chi usciva vivo da un pericolo, chi trovava acqua, chi riusciva a cacciare, chi trovava riparo, e imitarlo, era spesso la via più rapida per restare in vita. In quel mondo, i "sopravvissuti" erano davanti ai tuoi occhi, nella tua tribù, nel tuo villaggio. Il campione era piccolo ma reale.Il problema è che questo meccanismo ancestrale si è trasferito intatto in un mondo radicalmente più complesso e soprattutto più selettivo nella propria visibilità. Oggi non vediamo tutti coloro che hanno tentato qualcosa: vediamo solo chi ce l'ha fatta. Le riviste di economia mettono in copertina l'imprenditore che ha trasformato un'idea in un impero; non esiste la rivista degli imprenditori che hanno preso le stesse decisioni, assunto gli stessi rischi, creduto negli stessi principi ma sono falliti. Eppure questi ultimi sono statisticamente la stragrande maggioranza. Semplicemente, non li vediamo. Non raccontando la loro storia non esistono nell'immaginario collettivo. Così quando basiamo le nostre conclusioni su un insieme di casi da cui i fallimenti sono stati sistematicamente rimossi stiamo ragionando su dati falsi o comunque parziali.
Il filtro del palco
Nel Movimento dei Focolari questo meccanismo ha una liturgia precisa: il racconto delle esperienze. Sin dai primordi in Sala Massaia a Trento, in qualsiasi tipo di incontro focolarino, la parte centrale del programma è sempre stata la condivisione pubblica di "esperienze": racconti in prima persona di come la pratica del carisma dell'unità abbia prodotto un frutto concreto nella vita di chi parla. Una riconciliazione in famiglia. Un momento di pace interiore in mezzo alla sofferenza. Una svolta professionale inattesa. Una malattia affrontata con serenità. Il tutto raccontato con un impianto narrativo standard e riconoscibile: difficoltà iniziale, applicazione del principio (citazione frase di Chiara Lubich), trasformazione positiva.Così il palco diventa un filtro della memoria collettiva e sovrarappresenta il successo poiché possono raccontare solo coloro la cui esperienza conferma il carisma e così la comunità percepisce quel risultato come la norma attesa. L'incontro focolarino (mariapoli, congresso, raduno, scuoletta e via dicendo), visto dall'interno, sembra un luogo dove il metodo funziona sempre. L'eccezione diventa norma. Chi ascolta interiorizza l'idea che il percorso porti necessariamente là: alla pace, all'unità, alla pienezza.
Chi ha vissuto lo stesso percorso senza invece riceverne beneficio o peggio subendo danni profondi, relazionali, psicologici, spirituali non sale sul palco. Non perché venga esplicitamente escluso, ma perché il sistema non prevede quella parola. Non c'è spazio liturgico per il racconto del fallimento, del danno, del dubbio radicale, dell'abuso. Chi ha vissuto qualcosa di diverso impara presto a tacere, o ad aspettare che "il frutto arrivi", o a reinterpretare il proprio dolore come una tappa necessaria verso qualcosa di più grande. L'esperienza di chi ha fallito o di chi è stato abusato diventa così un dato mancante.
In questo modo si colpevolizza la vittima attraverso "gaslighting spirituale". Ed è qui che il meccanismo si fa più sottile e crudele. Se la narrazione ufficiale dice che "vivere l'unità porta alla pace", chi non trova quella pace viene inevitabilmente rimandato a se stesso: "non sei abbastanza unito", "hai ancora troppo io", "non ti sei abbastanza svuotato", "non hai accolto davvero Gesù Abbandonato". Mi ricordo di un mio compagno di focolare che mi accusava: "...tu vuoi essere sempre diverso!" Come se fosse appunto una colpa e non invece una risorsa.
Il problema non è mai il sistema: è sempre la qualità dell'adesione personale. La responsabilità si sposta interamente sull'individuo. La dottrina rimane intatta; è la persona a essere difettosa. Questo meccanismo consiste così nel convincere qualcuno che la sua percezione del dolore è essa stessa un sintomo di peccato o mancanza di fede e mai una risposta razionale a una struttura realmente lesiva o potenzialmente tale. Non solo la ferita viene negata: viene trasformata in prova di colpa.
Il risultato è una struttura chiusa e autoreferenziale: nel movimento dei focolari, così come in tante altre realtà simili, i successi confermano la proposta spirituale del leader di turno, i fallimenti vengono reinterpretati come mancanze personali, e il metodo appare infallibile non perché lo sia, ma perché il metodo di raccolta delle prove è strutturalmente parziale. Questo tipo di incontri focolarini non sono specchio della realtà ma rischiano di essere solo scenografie ad alto tasso di cosmesi narrativa.
Carisma infallibile?
Nelle organizzazioni religiose come il movimento dei focolari, il carisma di turno tende a cristallizzarsi in un nucleo irriducibile e non ispezionabile cui vengono attribuiti tutti i risultati positivi e da cui vengono detratti tutti quelli negativi. Se tutto va bene, è merito del carisma. Se va male, è colpa della persona che non lo ha saputo incarnare abbastanza o lo ha interpretato male. Il carisma non può fallire per definizione. Può solo essere tradito o compreso male.Questo fenomeno ha un nome preciso nella filosofia della scienza: è un sistema "infalsificabile" (Karl Popper). Si tratta di un sistema che non può essere smentito da nessun dato empirico, perché dispone sempre di un meccanismo interno che reinterpreta le smentite come conferme. Per Popper un sistema che non può essere falsificato non è un sistema perfetto bensì "totalitario" cioè chiuso alla realtà, impermeabile alla correzione.
Il contributo insostituibile di chi nella proposta spirituale di Chiara Lubich ha trovato, sofferenza o comunque disagio, è precisamente l'esperienza che il palco non ha mai raccontato. Ma paradossalmente è per i focolarini l'unico dato che può rompere l'autoreferenzialità del loro sistema. Non perché le vittime abbiano sempre ragione, ma perché portano prove empiriche che il sistema non sa come reinterpretare senza tradire se stesso. Sono, in senso popperiano, i "falsificatori viventi" di un'ideologia che si vorrebbe infallibile. Intendiamoci: le vittime non falsificano la proposta spirituale di Chiara Lubich, ma la pretesa che sia universalmente benefica o immune da effetti patologici.
L'unità che diventa uniformità
C'è un'altra distorsione che il bias del sopravvissuto produce nel movimento dei focolari, meno visibile ma altrettanto profonda: l'eclissi del conflitto. (vedi link)L'ideale dell'unità, cuore teologico della proposta spirituale di Chiara Lubich, può trasformarsi in uno strumento di oppressione quando smette di essere una meta in tensione e diventa una norma imposta. Quando l'unità non si conquista attraverso il conflitto elaborato e integrato, ma viene ottenuta silenziando il conflitto, il risultato non è unità: è uniformità. Non è pace: è anestesia.
Il conflitto, nelle organizzazioni umane come nella psicologia individuale, non è un'anomalia da evitare o correggere. È il motore della crescita, il segnale che una tensione reale aspetta di essere elaborata. Una comunità che non sa tollerare il conflitto è una comunità che non sa crescere. Chi "esce" o chi "fallisce" nell'esperienza focolarina è spesso colui che ha dato voce a una tensione reale che l'istituzione ha preferito ignorare, marginalizzare o reinterpretare come mancanza spirituale.
In questo senso, la vittima non è solo il "l'aereo abbattuto" di Wald che indica dove il sistema è vulnerabile. È anche la sentinella che ha avvertito, ha segnalato, e non è stata ascoltata. La sua uscita non è un fallimento personale: è la registrazione di un'informazione che il sistema non ha voluto ricevere. E finché quella voce non viene reintegrata nella narrazione collettiva, l'unità resta più simile al manichino in vetrina: un'astrazione estetica, molto lontana e avulsa dalla realtà. Probabilmente solo un pio desiderio.
Dalla misericordia alla conoscenza
Ed è qui che occorre proporre un'inversione di prospettiva radicale e, per certi versi, scomoda. Tradizionalmente, la Chiesa, e quindi anche i focolarini, si avvicinano alle vittime con la categoria della "misericordia": un movimento che parte dall'alto verso il basso. L'istituzione sana, intera, portatrice del carisma, si piega verso chi ha sofferto per offrire consolazione, comprensione, accompagnamento. È un movimento generoso ma presuppone chi sa e chi non sa, chi ha e chi è manchevole, chi guarisce e chi viene guarito.La proposta che invece emerge dall'analisi del bias del sopravvissuto è diversa e più radicale: avvicinarsi alle vittime non solo con la categoria della misericordia, ma con la categoria della "conoscenza". Non solo quindi: "ti offro cura", ma anche: "ho bisogno di te e di ciò che sai". Sarebbe una rivoluzione.
Per comprendere appieno questo cambio completo di prospettiva, potrebbe essere utile il contributo della filosofa Miranda Fricker, che ha elaborato il concetto di "ingiustizia epistemica". Si verifica quando a qualcuno viene tolta non solo la voce, ma la stessa capacità di dare senso alla propria esperienza perché non esistono categorie sociali o linguistiche per accoglierla. Nel contesto focolarino, questo fenomeno è strutturale: se non esiste una parola per dire "questo carisma mi fa del male, mi sta schiacciando, mi nega", se ogni tentativo di nominare il malessere viene immediatamente reinterpretato come "troppo io" o "mancanza di unità", la vittima non può nemmeno "pensare" il proprio dolore nella sua verità. Il danno non è solo emotivo o relazionale: è linguistico, cognitivo, epistemico. Alla vittima viene sottratta la capacità stessa di sapere cosa le sta accadendo.
Restituire parola alle vittime, in questo senso, non è solo un atto di giustizia individuale. È un atto di "guarigione del linguaggio" dell'intera comunità. Perché un linguaggio che non ha categoria per il fallimento, per il danno, per la legittimità del dubbio, è un linguaggio amputato, incapace di dire la realtà intera.
Chi si è allontanato dal movimento dei focolari è portatore sano di una ferita che riconosce qualcosa che chi è rimasto dentro spesso non può vedere. Non perché sia più intelligente o più puro. Ma perché ha attraversato la zona grigia in cui il linguaggio buono viene usato male: dove "unità" può diventare conformismo, dove "morte a se stessi" può diventare annullamento della coscienza, dove "abbandono" può diventare rinuncia al giudizio critico, dove la cura affettiva del leader può diventare dipendenza, controllo e culto.
Questa conoscenza, nata dalla ferita, non dalla teoria, è preziosa e irriproducibile. È la conoscenza dell'areo abbattuto di Wald. È la conoscenza di chi “non è tornato alla base” e proprio per questo vede dove il corpo del velivolo era davvero vulnerabile. Per questo la voce delle vittime non è solo una richiesta di ascolto: è una "grazia sovversiva", un dono che rompe l'autoreferenzialità del sistema per salvarlo da se stesso. È sovversiva perché disturba. È grazia perché, se accolta, apre la possibilità di una verità più profonda di quella che il palco non ha saputo o voluto raccontare.
Ascoltare senza difendersi
Ogni istituzione ascolta spontaneamente chi conferma la propria identità. La maturità comincia quando si ascolta chi la destabilizza. Naturalmente questo non significa romanticizzare il dolore, né attribuire automaticamente al trauma una virtù salvifica. Il male resta male, l'abuso resta abuso, e nessuna ferita va idealizzata. Ma proprio perché il dolore non è un valore in sé, la parola di chi l'ha attraversato acquista un peso particolare: non come autorità morale assoluta, ma come accesso privilegiato a una zona di realtà che l'istituzione tende sistematicamente a rimuovere.Il contributo delle vittime, in questa luce, è una forma di "magistero dell'esperienza": una fonte di conoscenza teologica e istituzionale che non può essere sostituita da documenti, commissioni o dichiarazioni di intenti. Senza integrare il fallimento nella propria auto-comprensione, un'istituzione rimane adolescente, ferma a un'immagine di sé idealizzata e, in ultima analisi, pericolosamente falsa. La maturità, per le persone come per le comunità, non è l'assenza di ferite: è la capacità di integrare le ferite nella propria identità senza esserne distrutti.
Considerare i dati mancanti
Ecco perché allora quei manichini in vetrina mi hanno suggerito queste riflessioni. Il manichino è esattamente la visione plastica del bias del sopravvissuto: mostra solo il vestito che funziona su un corpo che non esiste in condizioni che probabilmente non si verificheranno mai davvero. È il docetismo fatto di plastica: solo la perfezione in vetrina, nessuna traccia dell'incarnazione reale con i suoi spigoli, i suoi eccessi, le sue asimmetrie, imperfezioni e fallimenti. Se ascoltiamo e prendiamo in considerazione solo le storie "riuscite", costruiremo una comprensione falsata della realtà. Se ascoltiamo "solo chi resta dentro" senza ferite visibili, finiremo per credere che il sistema funzioni meglio di quanto lo faccia davvero.Abraham Wald ci ha insegnato che i buchi che non vediamo ci dicono più di quelli che vediamo. Nel movimento dei focolari, quei "buchi" sono le voci escluse, i vissuti marginalizzati, i racconti che disturbano. Guardarli richiede umiltà intellettuale, coraggio spirituale e un amore più grande per la verità che per l'immagine di sé. Il movimento dei focolari, come ogni comunità cristiana, sarà tanto più vero e autentico quanto più sarà capace di integrità e trasparenza.
Una comunità che assomiglia troppo a una vetrina rischia di dimenticare che il Vangelo non è nato tra persone perfette, ma tra ferite che chiedevano di essere considerate. Abraham Wald cercava gli aerei che non tornavano. Forse anche le comunità religiose dovrebbero imparare a fare lo stesso. Perché spesso la verità non abita sul palco, ma nel silenzio di chi non è più tornato a sedersi in platea.
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P.S. Mi è stato suggerito di proporre questa mia riflessione alla rivista Città Nuova, periodico del Movimento dei Focolari. Lo faccio volentieri per amore di quella "integrità" che auspico nel testo chiedendo che trovi spazio sulle loro colonne. Vi saprò dire se il Movimento dei Focolari avrà il coraggio di ospitare non solo chi conferma il metodo, ma anche il racconto dei "buchi" che mancano all'appello. Pubblicare queste righe sarebbe un atto di grande salute spirituale e intellettuale: il segno che la "vetrina" ha finalmente lasciato il posto alla realtà.
* "Mayday… mayday… mayday…" è un segnale di soccorso universale: i piloti pronunciano 'Mayday' tre volte di seguito per avvertire il controllo del traffico aereo e gli altri velivoli nelle vicinanze di una necessità di assistenza urgente. Deriva dal francese "m'aider" (venite ad aiutarmi) ed è il corrispettivo vocale del codice Morse SOS.
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