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By Francesco Murru
Il manifesto politico e programmatico del movimento dei focolari, la quinta essenza del pensiero della Lubich sono le parole di un suo scritto del 1958 intitolato "L'attrattiva del tempo moderno":
"Ecco la grande attrattiva del tempo moderno: penetrare nella più alta contemplazione e rimanere mescolati fra tutti, uomo accanto a uomo. Vorrei dire di più: perdersi nella folla, per informarla del divino, come s’inzuppa un frusto di pane nel vino. Vorrei dire di più: fatti partecipi dei disegni di Dio sull’umanità, segnare sulla folla ricami di luce e, nel contempo, dividere col prossimo l’onta, la fame, le percosse..."
Sarebbe interessantissimo capire come, cosa o chi abbia reso possibile il repentino cambio di queste bellissime intenzioni a favore di un ripiegamento autoreferenziale narcisistico che quasi sin dall'inizio ha caratterizzato la nascita e lo sviluppo del movimento dei focolari. Perché anche solo chiedersi quando mai la Lubich abbia "diviso col prossimo l’onta, la fame, le percosse..." è quantomeno legittimo. Difatti piuttosto che "inzupparsi nel mondo", come tanto desiderava, la Lubich ha preferito farlo nel suo brodo autoreferenziale per poi ritirarsi e proteggersi in una torre d'avorio, come se, ad un dato punto, di questo mondo avesse avuto quasi timore.
A pensarci bene davvero, anche solo l'esistenza dei centri o delle cittadelle come Loppiano rivela che le belle parole della "Attrattiva del tempo moderno" rimasero purtroppo sulla carta. Chiara, consciamente o meno, cedette alla tentazione del chiudersi solo nel rassicurante "tra di noi" "tra chi ci capisce e condivide senza distinguo le nostre idee". Peccato davvero, chissà cosa sarebbe stato il suo "ideale" se avesse avuto il coraggio davvero di inzupparlo come un frusto di pane nella realtà della gente comune, rinunciando al "noi" per vivere fra tutti.
Proprio per questo motivo, uno degli aspetti a mio avviso più problematici del suo pensiero è la chirurgica dicotomia dal sapore cataro-manicheo tra sacro e profano, tra dentro (il focolare) e fuori, tra corpo e anima, tra noi e voi. Alla riprova dei fatti Chiara non é stata in grado di "perdersi nella folla per inzupparla del divino"; in qualche modo il contatto con la realtà, col mondo la disturbava. Chiara aborriva tutto quanto non contribuisse a mantenere un presunto stato di esaltazione mistica, non sopportava, per usare parole sue, quello che "faceva calare l'aria": appunto la sensazione di esaltazione chiamata "unità con dio", "presenza di Gesù in mezzo", ecc... E come per altre sue nevrosi anche questa ha avuto una proiezione e ripercussione, per certi aspetti, incontrollata sulla prassi e fenomenologia focolarina.
Ricordo che durante le manifestazioni del movimento, le mariapoli ad esempio, c'era sempre un gruppo di persone ben organizzato deputato a controllare le uscite della sala dove si svolgeva l'incontro, col preciso compito di non far entrare o uscire nessuno (o quanto meno dissuaderlo) durante i momenti clou, quali i video meditazione della Lubich. L'imperativo era appunto "non far calare l'aria". La mania del controllo totale. Tutto doveva concorrere a mantenere alto il termometro dell'esaltazione di gruppo e anche il minimo dettaglio, come i canti, le testimonianze, ecc erano tarate per raggiungere questo scopo. Sopratutto le esperienze che venivano raccontate dal palco subivano un lavoro editoriale certosino affinché producessero l'effetto desiderato. La spontaneità e l’improvvisazione erano viste peggio di Erode in sala parto.
Questa tensione a tenere sempre alto il termometro dell'esaltazione permeava il quotidiano e la vita nei focolari. Ora sicuramente non è più così, come vuole la narrazione corrente. Anche perché, ahimè, c'è ben poco di cui esaltarsi ormai, piuttosto un latente "si salvi chi può".
Ma a suo tempo, avrò avuto 17 anni, venni invitato a pranzo in centrozona a Roma, ossia il focolare più importante della mia zona, quello direttamente legato a Chiara. Il capozona, che mi ricordava il famoso "mega direttor galattico lup mannar..." di fantozziana memoria (vedi link), era un personaggio ieratico, molto consapevole e fiero del suo ruolo, di come la sua autorità gli conferisse potere nei confronti dei sottoposti che si avvicendavano, non ho mai capito perché, a srotolare la lingua per cercare di imbonirselo. Prima di pranzo un focolarino semplice mi fece vedere una videoregistrazione di un discorso di Chiara come nutrimento per la mia anima. Poi una volta a tavola il "mega direttor galattico lup mannar capozona" si rivolse a me per chiedermi cosa avessi capito delle parole della leader massima. Io biascicai qualche parola e il gelo calò sui commensali, quasi avessi annunciato l'apocalisse imminente. Il problema, lo capii in seguito, fu che il "mega direttor galattico lup mannar capozona" delusissimo dalla mia reazione, non voleva sapere il mio pensiero ma voleva che io gli ripetessi quanto lui desiderava sentirsi dire. Voleva che io confermassi che il video della Lubich mi aveva rivoltato come un calzino, che avevo capito che lei era l'alfa e l'omega, che ormai avrei lasciato tutto pur di seguirla, amenità varie, animali fantastici e dove trovarli. Insomma avevo commesso il peccato più grave: avevo "fatto calare l'aria".
È certamente un simpatico aneddoto ma immagino che tanti si riconoscano nella dittatura del "non far calare l'aria" che sopratutto nei focolari femminili ha concorso ad instaurare un senso di paura e timore sempre latente. Guai a chi fa "calare l'aria"! È un modo di fare e di vivere che deriva da Chiara stessa, dalla sua ossessione per il soprannaturale, dalla tensione alla santità che più che altro era davvero una nevrosi. "Sarò santa se sarò santa subito". Le famose "6S" che noi mascalzoni provavamo a moltiplicare e vinceva chi riusciva ad inanellarne il numero più alto. Chiara aveva un concetto meccanico dell'unione con dio e della santità, e bastava volerla perché accadesse. Purtroppo, non é così che funziona. Che poi a pensarci bene questa ossessione è in realtà un ripiegamento su se stessi, un esercizio narcisistico. A questo proposito può essere interessante questa lettura:
"Per lo pseudo-mistico, Dio è soprattutto un oggetto del cui possesso egli gode. Avendo fatto di Dio un oggetto per la soddisfazione del suo desiderio, il falso mistico, per così dire, «lo divora». Il mistico autentico, invece, riconosce Dio come un altro libero e indipendente; non lo tratta come un oggetto presumibilmente capace di soddisfare il suo desiderio. Il falso mistico stabilisce con Dio una relazione di tipo fusionale. Egli tende a perdersi, dissolversi, eliminare il proprio io nella relazione con il divino. Il vero mistico, invece, preserva la sua condizione di essere separato e, a partire da ciò, stabilisce un vincolo amoroso con Dio, riconosciuto come alterità. […] Nella mistica cristiana, per quanto intima si possa pretendere che sia la relazione con Dio, si tratta ancora di un’unione, non di una fusione; l’ego umano non è assorbito dall’ego divino; l’ego personale non sparisce nell’oceano dell’Assoluto. L’unione mistica con Dio non significa una fusione con il tutto e il conseguente annullamento dell’io."*
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