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«Vanità, il mio peccato preferito»
dal film «L’avvocato del diavolo»
di Francesco Murru
La carità esclude la vanità e viceversa. Insieme, in dosi diverse, anche minime, non possono esistere. O c'è l'una, o c'è l'altra. L'ho imparato da Lev Tolstoj, dal suo racconto «Padre Sergio» (1), che con una precisione chirurgica separò una volta per sempre la carità dalla vanità, ponendo fine a un equivoco del cristianesimo militante.
Sia chiaro di quale vanità stiamo parlando. Non del banale «ah, quanto sono bello!». Mi riferisco al «non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra» (Mt 6,3). Parlo di quel grado minimo di autocoscienza per cui sai di stare facendo la cosa giusta mentre la fai. È abbastanza per innescare una gerarchia scivolosissima di merito e di valore, dove qualcuno ha e qualcun altro riceve — e la carità, che di quella gerarchia è la negazione esatta, si dilegua.
Il cristiano, in fondo, è questo: un portatore sano della buona novella, ma solo finché non se ne accorge e se ne compiace. Nell'istante esatto in cui si prende coscienza della propria missione la carità evapora, e al suo posto resta un'operazione consapevole: magari fatta bene, con generosità, ma arida, calcolata, provocata o, nella peggiore delle ipotesi, forzata. Questo accade perché la carità è tutto tranne che qualcosa di meccanico o imposto, a sé o, peggio ancora, agli altri: è un moto che nasce dalle viscere più profonde, proprio così come è descritta nei vangeli, che usano il termine splanchnízomai (σπλαγχνίζομαι), «essere mosso a compassione», «provare pietà» — un verbo che viene da splánchna, le viscere (cuore, polmoni, fegato), che il mondo antico considerava la sede dei sentimenti più profondi.
Il verbo compare dodici volte in tutto il Nuovo Testamento, esclusivamente nei tre vangeli sinottici. Il soggetto è quasi sempre Gesù (Mt 9,36; 14,14; 15,32; 20,34; Mc 1,41; 6,34; 8,2; Lc 7,13), o una delle tre figure che nelle sue parabole rappresentano Dio: il padrone che condona il debito (Mt 18,27), il samaritano che si ferma sulla strada (Lc 10,33), il padre che vede il figlio prodigo da lontano (Lc 15,20b). L'unica volta in cui il verbo esce da questo perimetro è per essere rivolto a Gesù, da un padre disperato che gli chiede di avere viscere di compassione per suo figlio (Mc 9,22). Dietro questo termine c'è l'ebraico rachamim, dalla stessa radice di rechem, grembo: è la Settanta a rendere con la famiglia di splánchna il lessico ebraico della misericordia materna. Un amore di madre, dunque: non «provare pena per», ma sentirsi rivoltare le interiora.
Sta allora forse in questo la quintessenza del cristianesimo? Sapersi «generare» gli uni gli altri come una madre? Aiutarsi vicendevolmente a dare ciascuno il meglio di sé? Sì, probabilmente, e a patto di non esserne consapevoli.
La compassione è il fondamento dell'agire di Gesù, perché per lui l'uomo è un valore in sé, degno di essere amato al di là di ogni differenza, presunta o creata da logiche di potere o di appartenenza.
Ora, alle viscere non si comanda. Puoi decidere di dare, di servire, di partire per una missione, di consacrare la vita intera. Non puoi decidere di avere compassione. O ti si muove qualcosa dentro, o stai facendo un'altra cosa — magari utile, perfino buona, ma un'altra cosa. Il samaritano non sta esercitando la carità: si ferma ad assistere il moribondo perché non ne può fare a meno. È la sua natura.
Queste cose non le penso da ieri. Affondano nelle notti della scuola focolarini a Loppiano, quando mi rigiravo nel letto con un dubbio che allora non sapevo nemmeno formulare: un certo tasso di vanità, nella proposta spirituale di Chiara Lubich, è un incidente di percorso o un suo vizio di forma, una sua caratteristica intrinseca?
Ricordo che persino don Gino Rocca (2) — sacerdote focolarino, esperto e insegnante di teologia morale — di cui sono stato segretario per due anni, già allora, in tempi non sospetti, mi confidava che per lui nell'agire del Movimento dei Focolari e di Chiara Lubich si rischiava la vanità. Certo, a pensarci poi mi rendo conto che un po' tutto l'impianto e la fenomenologia del format focolarino — le esperienze, il palco, il raccontarsi — vanno in questa direzione.
Più di tutto mi turbava un atteggiamento tipicamente focolarino, del quale peraltro non mi sentivo esente: quello di chi crede di dover «ridonare» Gesù al mondo, portare l'Ideale dell'unità a tutti, diffondere il carisma. Questo atteggiamento presuppone due convinzioni, entrambe, a mio avviso, problematiche. La prima è quella di credere di «possedere» questo Gesù da ridonare al mondo, o l'Ideale dell'unità, o il carisma di turno. La seconda è che là fuori non stiano aspettando altro.
È questo il grosso equivoco. Il carisma (qualsiasi cosa poi significhi), l'Ideale, l'Unità non sono cose che si «possiedono», e dunque non sono cose che si possano donare. Se passano, lo fanno nostro malgrado, e funzionano tanto meglio quanto meno ce ne accorgiamo. È Dio che si dona, non noi che disponiamo di Lui, anche se ci piace pensarlo. Si tratta allora di rispettare le dinamiche della Grazia e di farsi un bel bagno di umiltà. La carità cristiana non è un contegno da assumere, un programma da eseguire, un obiettivo da centrare o qualcosa da «fare». O è in noi connaturata, o non lo è. Non c'è scampo. Inutile prendersi in giro.
Nella mia famiglia abbiamo sempre prodotto vino. A metà settembre mio padre cominciava a preparare la cantina. Lavava le botti, le riempiva d'acqua fino all'orlo e le lasciava gonfiare per giorni, perché il legno si sigillasse in tempo per la vendemmia. Noi bambini, ciurma di briganti, avevamo scoperto presto che una botte colma fino all'orlo è un ordigno a innesco facile: basta una spallata e si provoca uno tsunami a danno del malcapitato di turno.
Ricordo che Chiara, parlando dell'apostolato tipico focolarino, usò una volta la stessa immagine (3): invitava tutti a essere ricolmi di Dio, in modo che, nel momento in cui avessimo incontrato qualcuno, un trabocco involontario — e inconscio, aggiungo io — avrebbe fatto il resto. Famoso il suo slogan «nessuno ci sfiori invano».
Ma ahimè nella prassi del Movimento dei Focolari quel trabocco si è perso per strada. Non per malafede: per una deriva molto più banale e difficile da correggere proprio perché nessuno la decide mai. Ben presto si è insinuata la vanità e con essa la certezza di avere per le mani la spiritualità migliore della storia, il compimento teologico dei secoli precedenti e della Rivelazione stessa. Questa convinzione risale ai primi tempi e ha radice salda nelle visioni di Chiara Lubich del 1949: «Ho aspettato duemila anni per rivelarmi a te», si sentì dire Chiara da Gesù stesso.
Da lì in poi la sequenza è stata automatica, e nessuno ha posto distinguo o ha provato a correggere il tiro. Così se credi di avere per le mani il meglio, volerlo donare diventa un dovere. Se è un dovere, si organizza. Se si organizza, si misura. E allora diventano importanti i numeri, i proseliti, le statistiche, i traguardi, i riconoscimenti, e così via. Ed è risaputo quanto Chiara Lubich fosse ossessionata proprio dalle statistiche.
In questa singolar tenzone tra carità e vanità, infine, il vero problema è che a taluni piace l'idea di essere buoni ma non lo sono nelle viscere. La carità così, piuttosto che una dirittura del cuore, è una presunzione, un atteggiamento imposto, posticcio, che ha proprio il secondo fine di mostrarsi buoni. Insomma la più bieca vanità, il peccato preferito dal diavolo. Anche per questo motivo è facilmente smascherabile, perché puzza di zolfo e interesse lontano un miglio. Ora, riflettendo sulla crisi generazionale e di senso che vive il Movimento dei Focolari soprattutto in questa fase post Chiara Lubich, che sia questo dunque il significato delle parole «a chi non ha sarà tolto anche ciò che crede di avere» (Lc 8,18)? (4)
La carità esclude la vanità e viceversa. Insieme, in dosi diverse, anche minime, non possono esistere. O c'è l'una, o c'è l'altra. L'ho imparato da Lev Tolstoj, dal suo racconto «Padre Sergio» (1), che con una precisione chirurgica separò una volta per sempre la carità dalla vanità, ponendo fine a un equivoco del cristianesimo militante.
Sia chiaro di quale vanità stiamo parlando. Non del banale «ah, quanto sono bello!». Mi riferisco al «non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra» (Mt 6,3). Parlo di quel grado minimo di autocoscienza per cui sai di stare facendo la cosa giusta mentre la fai. È abbastanza per innescare una gerarchia scivolosissima di merito e di valore, dove qualcuno ha e qualcun altro riceve — e la carità, che di quella gerarchia è la negazione esatta, si dilegua.
Il cristiano, in fondo, è questo: un portatore sano della buona novella, ma solo finché non se ne accorge e se ne compiace. Nell'istante esatto in cui si prende coscienza della propria missione la carità evapora, e al suo posto resta un'operazione consapevole: magari fatta bene, con generosità, ma arida, calcolata, provocata o, nella peggiore delle ipotesi, forzata. Questo accade perché la carità è tutto tranne che qualcosa di meccanico o imposto, a sé o, peggio ancora, agli altri: è un moto che nasce dalle viscere più profonde, proprio così come è descritta nei vangeli, che usano il termine splanchnízomai (σπλαγχνίζομαι), «essere mosso a compassione», «provare pietà» — un verbo che viene da splánchna, le viscere (cuore, polmoni, fegato), che il mondo antico considerava la sede dei sentimenti più profondi.
Il verbo compare dodici volte in tutto il Nuovo Testamento, esclusivamente nei tre vangeli sinottici. Il soggetto è quasi sempre Gesù (Mt 9,36; 14,14; 15,32; 20,34; Mc 1,41; 6,34; 8,2; Lc 7,13), o una delle tre figure che nelle sue parabole rappresentano Dio: il padrone che condona il debito (Mt 18,27), il samaritano che si ferma sulla strada (Lc 10,33), il padre che vede il figlio prodigo da lontano (Lc 15,20b). L'unica volta in cui il verbo esce da questo perimetro è per essere rivolto a Gesù, da un padre disperato che gli chiede di avere viscere di compassione per suo figlio (Mc 9,22). Dietro questo termine c'è l'ebraico rachamim, dalla stessa radice di rechem, grembo: è la Settanta a rendere con la famiglia di splánchna il lessico ebraico della misericordia materna. Un amore di madre, dunque: non «provare pena per», ma sentirsi rivoltare le interiora.
Sta allora forse in questo la quintessenza del cristianesimo? Sapersi «generare» gli uni gli altri come una madre? Aiutarsi vicendevolmente a dare ciascuno il meglio di sé? Sì, probabilmente, e a patto di non esserne consapevoli.
La compassione è il fondamento dell'agire di Gesù, perché per lui l'uomo è un valore in sé, degno di essere amato al di là di ogni differenza, presunta o creata da logiche di potere o di appartenenza.
Ora, alle viscere non si comanda. Puoi decidere di dare, di servire, di partire per una missione, di consacrare la vita intera. Non puoi decidere di avere compassione. O ti si muove qualcosa dentro, o stai facendo un'altra cosa — magari utile, perfino buona, ma un'altra cosa. Il samaritano non sta esercitando la carità: si ferma ad assistere il moribondo perché non ne può fare a meno. È la sua natura.
Queste cose non le penso da ieri. Affondano nelle notti della scuola focolarini a Loppiano, quando mi rigiravo nel letto con un dubbio che allora non sapevo nemmeno formulare: un certo tasso di vanità, nella proposta spirituale di Chiara Lubich, è un incidente di percorso o un suo vizio di forma, una sua caratteristica intrinseca?
Ricordo che persino don Gino Rocca (2) — sacerdote focolarino, esperto e insegnante di teologia morale — di cui sono stato segretario per due anni, già allora, in tempi non sospetti, mi confidava che per lui nell'agire del Movimento dei Focolari e di Chiara Lubich si rischiava la vanità. Certo, a pensarci poi mi rendo conto che un po' tutto l'impianto e la fenomenologia del format focolarino — le esperienze, il palco, il raccontarsi — vanno in questa direzione.
Più di tutto mi turbava un atteggiamento tipicamente focolarino, del quale peraltro non mi sentivo esente: quello di chi crede di dover «ridonare» Gesù al mondo, portare l'Ideale dell'unità a tutti, diffondere il carisma. Questo atteggiamento presuppone due convinzioni, entrambe, a mio avviso, problematiche. La prima è quella di credere di «possedere» questo Gesù da ridonare al mondo, o l'Ideale dell'unità, o il carisma di turno. La seconda è che là fuori non stiano aspettando altro.
È questo il grosso equivoco. Il carisma (qualsiasi cosa poi significhi), l'Ideale, l'Unità non sono cose che si «possiedono», e dunque non sono cose che si possano donare. Se passano, lo fanno nostro malgrado, e funzionano tanto meglio quanto meno ce ne accorgiamo. È Dio che si dona, non noi che disponiamo di Lui, anche se ci piace pensarlo. Si tratta allora di rispettare le dinamiche della Grazia e di farsi un bel bagno di umiltà. La carità cristiana non è un contegno da assumere, un programma da eseguire, un obiettivo da centrare o qualcosa da «fare». O è in noi connaturata, o non lo è. Non c'è scampo. Inutile prendersi in giro.
Nella mia famiglia abbiamo sempre prodotto vino. A metà settembre mio padre cominciava a preparare la cantina. Lavava le botti, le riempiva d'acqua fino all'orlo e le lasciava gonfiare per giorni, perché il legno si sigillasse in tempo per la vendemmia. Noi bambini, ciurma di briganti, avevamo scoperto presto che una botte colma fino all'orlo è un ordigno a innesco facile: basta una spallata e si provoca uno tsunami a danno del malcapitato di turno.
Ricordo che Chiara, parlando dell'apostolato tipico focolarino, usò una volta la stessa immagine (3): invitava tutti a essere ricolmi di Dio, in modo che, nel momento in cui avessimo incontrato qualcuno, un trabocco involontario — e inconscio, aggiungo io — avrebbe fatto il resto. Famoso il suo slogan «nessuno ci sfiori invano».
Ma ahimè nella prassi del Movimento dei Focolari quel trabocco si è perso per strada. Non per malafede: per una deriva molto più banale e difficile da correggere proprio perché nessuno la decide mai. Ben presto si è insinuata la vanità e con essa la certezza di avere per le mani la spiritualità migliore della storia, il compimento teologico dei secoli precedenti e della Rivelazione stessa. Questa convinzione risale ai primi tempi e ha radice salda nelle visioni di Chiara Lubich del 1949: «Ho aspettato duemila anni per rivelarmi a te», si sentì dire Chiara da Gesù stesso.
Da lì in poi la sequenza è stata automatica, e nessuno ha posto distinguo o ha provato a correggere il tiro. Così se credi di avere per le mani il meglio, volerlo donare diventa un dovere. Se è un dovere, si organizza. Se si organizza, si misura. E allora diventano importanti i numeri, i proseliti, le statistiche, i traguardi, i riconoscimenti, e così via. Ed è risaputo quanto Chiara Lubich fosse ossessionata proprio dalle statistiche.
In questa singolar tenzone tra carità e vanità, infine, il vero problema è che a taluni piace l'idea di essere buoni ma non lo sono nelle viscere. La carità così, piuttosto che una dirittura del cuore, è una presunzione, un atteggiamento imposto, posticcio, che ha proprio il secondo fine di mostrarsi buoni. Insomma la più bieca vanità, il peccato preferito dal diavolo. Anche per questo motivo è facilmente smascherabile, perché puzza di zolfo e interesse lontano un miglio. Ora, riflettendo sulla crisi generazionale e di senso che vive il Movimento dei Focolari soprattutto in questa fase post Chiara Lubich, che sia questo dunque il significato delle parole «a chi non ha sarà tolto anche ciò che crede di avere» (Lc 8,18)? (4)
Riflettiamoci su, vi va?
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1. «Padre Sergio». Racconto scritto da Lev Tolstoj tra il 1890 e il 1898 e pubblicato postumo nel 1911. Stepan Kasatskij, ufficiale della guardia imperiale, scopre che la donna che sta per sposare è stata l'amante dello zar e nel giro di una notte entra in monastero; diventa eremita col nome di padre Sergio, arrivano i pellegrini, si accresce la sua fama di santo e taumaturgo, e più la gente lo venera più lui vive di quella venerazione. Crollerà nel modo più banale: un mercante gli porta la figlia malata di mente perché la guarisca, e lui cede. Umiliato dalla sua stessa cupidigia fugge, pensando al suicidio, e in quella disperazione gli torna in mente Pašen'ka, una compagna d'infanzia insignificante che da bambini prendevano tutti in giro; la cerca e la trova vecchia e povera, che dà lezioni di pianoforte per mantenere una figlia, un genero alcolizzato e dei nipoti, convinta di essere un fallimento e di non avere fede vera. Non ha la più pallida idea di essere buona, ed è esattamente per questo che invece lo è. La confessione che vale l'intero racconto è questa: «Tu (riferito a sé stesso) hai vissuto per gli uomini con il pretesto di Dio; lei vive per Dio immaginando di vivere per gli uomini». Sul piano delle fonti, l'opera trae un forte spunto dalla tradizione ascetica e monastica dei Padri del Deserto: l'episodio in cui Sergio ricorre al dolore estremo — recidendosi un dito — per resistere alla tentazione della carne ricalca celebri storie delle Vitae Patrum, come quelle di san Martiniano o di san Giacomo l'Asceta, in cui l'eremita rifugge l'inganno demoniaco e le insidie della vanità spirituale. Del racconto esiste un libero adattamento cinematografico, Il sole anche di notte (1990), diretto da Paolo e Vittorio Taviani e scritto in collaborazione con Tonino Guerra, con l'ambientazione traslata dalla Russia al Regno di Napoli sotto Carlo III: a differenza di quanto comunemente si crede il film non vinse il Festival di Cannes, ma ebbe il prestigio di esservi presentato fuori concorso (Out of Competition) durante la 43ª edizione.
2. Don Gino Rocca. (15 gennaio 1921 – 24 aprile 2012) Sacerdote focolarino, teologo, per anni docente di teologia morale; ora scomparso. Sono stato il suo segretario personale per due anni consecutivi: era ipovedente, e il mio compito consisteva precisamente nel leggere e nello scrivere per lui. Da quella posizione conosco per via diretta un elemento che riferisco per quello che è — una testimonianza personale, allo stato priva di riscontro documentale pubblico: era lui a redigere materialmente il testo della «Parola di vita», il commento mensile a un versetto evangelico diffuso in tutto il Movimento, che veniva però pubblicato con la firma di Chiara Lubich. Preciso il perimetro di ciò che affermo: la mia conoscenza diretta copre i due anni del mio servizio accanto a lui, e sull'estensione complessiva del periodo in cui se ne occupò non sono in grado di dire nulla.
3. L'immagine del trabocco. La formulazione di Chiara Lubich è qui riportata a memoria e risale agli anni della mia formazione a Loppiano (2001-2003). Riporto dunque l'immagine per quello che è: un ricordo, del quale sono personalmente certo, ma allo stato privo di riscontro documentale.
4. «Anche ciò che crede di avere» (Lc 8,18). La sentenza ricorre cinque volte nei sinottici: Mt 13,12 e 25,29; Mc 4,25; Lc 8,18 e 19,26. In quattro casi su cinque ciò che verrà tolto è semplicemente «quello che ha» — ὃ ἔχει. L'eccezione è Lc 8,18, dove Luca interpone il verbo del parere: ὃ δοκεῖ ἔχειν, «ciò che crede di avere». È una precisazione redazionale lucana, e serve a sciogliere l'apparente assurdità della formulazione marciana, dove sembra che venga sottratto qualcosa a chi non possiede nulla. La lettera cambia di un verbo; la sostanza cambia del tutto: l'oggetto che viene tolto non è un possesso reale, ma la convinzione di possedere.
2. Don Gino Rocca. (15 gennaio 1921 – 24 aprile 2012) Sacerdote focolarino, teologo, per anni docente di teologia morale; ora scomparso. Sono stato il suo segretario personale per due anni consecutivi: era ipovedente, e il mio compito consisteva precisamente nel leggere e nello scrivere per lui. Da quella posizione conosco per via diretta un elemento che riferisco per quello che è — una testimonianza personale, allo stato priva di riscontro documentale pubblico: era lui a redigere materialmente il testo della «Parola di vita», il commento mensile a un versetto evangelico diffuso in tutto il Movimento, che veniva però pubblicato con la firma di Chiara Lubich. Preciso il perimetro di ciò che affermo: la mia conoscenza diretta copre i due anni del mio servizio accanto a lui, e sull'estensione complessiva del periodo in cui se ne occupò non sono in grado di dire nulla.
3. L'immagine del trabocco. La formulazione di Chiara Lubich è qui riportata a memoria e risale agli anni della mia formazione a Loppiano (2001-2003). Riporto dunque l'immagine per quello che è: un ricordo, del quale sono personalmente certo, ma allo stato privo di riscontro documentale.
4. «Anche ciò che crede di avere» (Lc 8,18). La sentenza ricorre cinque volte nei sinottici: Mt 13,12 e 25,29; Mc 4,25; Lc 8,18 e 19,26. In quattro casi su cinque ciò che verrà tolto è semplicemente «quello che ha» — ὃ ἔχει. L'eccezione è Lc 8,18, dove Luca interpone il verbo del parere: ὃ δοκεῖ ἔχειν, «ciò che crede di avere». È una precisazione redazionale lucana, e serve a sciogliere l'apparente assurdità della formulazione marciana, dove sembra che venga sottratto qualcosa a chi non possiede nulla. La lettera cambia di un verbo; la sostanza cambia del tutto: l'oggetto che viene tolto non è un possesso reale, ma la convinzione di possedere.
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