L'occasione d'oro

"Rifiutassimo pure ogni profondità, se cela un monte l’oro né più alcuno vuol cercarlo, lo porta in luce, un giorno il fiume, lo coglie nel silenzio dei gravidi macigni. Anche se non vogliamo: Dio matura." R.M.Rilke*

I Migliori

Diversità


“La saggezza è saper vivere con la differenza
senza voler eliminare la differenza.”
Gregory Bateson


By P.I.

Anni fa mi trovavo in Russia per una vacanza studio. Con altri studenti decidemmo nel fine settimana di andare a visitare un museo per socializzare. Eravamo una dozzina, un bel gruppetto internazionale di studenti ospiti della prestigiosa università di Mosca MGU. Ci accompagnavano alcuni dei nostri professori russi. Arrivati al museo, la famosa galleria Tretiakov, uno di loro, esperto d’arte, ci fece da Cicerone. Mentre stava spiegando i reconditi misteri dell’arte pittorica di non ricordo quale pittore, mi allontanai per qualche minuto dal gruppo per andare a contemplare un dipinto di Ivanov di cui avevo tanto letto in passato. Venni subito ammonito con le parole “не отойти от коллектива” che significano “non allontanarti dal gruppo, non prendere le distanze dal gruppo, non fare di testa tua, guai a te se ti permetti di esercitare la tua individualità, ecc…”. Era un famoso monito comunista molto comune e un cardine del controllo delle masse tipico di quel regime. Nonostante il muro di Berlino fosse caduto da qualche anno, questo retaggio culturale era ancora vivissimo. 

Per alcuni aspetti ho ritrovato questo stesso clima e tipo di intimidazione nel movimento dei focolari, che paradossalmente nasceva come risposta al comunismo, ma col quale invece condivide alcune derive e storture, forse per il fatto di aver fatto dipendere tutto e tutti da un unico leader indiscusso, che per il movimento era Chiara Lubich. Non ne facciamo mistero e tante volte, in questo blog, abbiamo tematizzato come per Chiara Lubich fosse molto difficile se non impossibile sostenere un contraddittorio o comunque avere a che fare con qualcuno che non la pensasse come lei. A questo proposito cade a fagiolo la recente video registrazione di un intervento di Luigino Bruni in occasione della presentazione del suo libro “La comunità fragile. Perché occorre cambiare molto per non perdere troppo”. Lasciamolo spiegare a lui:

“Quando una comunità carismatica nasce da un fondatore, c'è sempre un problema di creatività, perché inevitabilmente si crea un conformismo e un anticonformismo. Cioè che cosa significa questo? Si crea un modo di interpretare la radicalità: significa che devi rinunciare alla tua interpretazione soggettiva di quel carisma perché è già pronta. Finché il fondatore è in vita, non è che tu ti metti a dire “...sì, ma secondo me si potrebbe fare un'altra cosa…”. Se lo fai, diventi un tipo strano; reggi per un po', resisti, poi arrivi a un bivio: o perdi la creatività, diventi mansueto, quindi ti autocastri, fenomeno molto comune, e così ti spegni, oppure esci. Quindi chi esce da movimenti carismatici spesso sono i più creativi, sono i migliori, quelli più interessati alla causa, e sono i primi a protestare. Così se tu fondatore interpreti la protesta come devianza e la reprimi, perdi i migliori, non i peggiori, perché sono quelli che per primi ti segnalano un problema. Allora succede che si crea quella che viene chiamata tecnicamente “la gestione attraverso la paura”. Cioè quando una persona entra in dissonanza con l'ortodossia avrà paura di esprimersi perché sa che quella sua dissonanza potrebbe essere usata per mandarla via o per punirla. Può succedere inoltre che si trovi in dissonanza cognitiva col gruppo. 

Nelle esperienze carismatiche si soffre molto per sentirsi fuori tono. Cioè tu ti senti sempre stonato. Questo tipo di esperienza non regge per molto tempo, non ce la fai a essere sempre quello che dice le cose diverse. Questo ha un costo molto elevato nelle realtà carismatiche. Allora che cosa succede? Sai bene che “se io dico questa cosa, magari viene riferita al responsabile che mi dice che sono un tipo strano, un criticone, e mi mandano via…” Quindi si crea una gestione che quasi impedisce nel tempo la libertà e così non dici più quello che pensi perché sai che potrebbe essere usato contro di te. 

Quindi vivere la creatività in una realtà carismatica è molto oneroso e in genere non si vive. Alla fine ti ritrovi con comunità che non sono abbastanza creative come dovrebbero essere per un carisma spirituale. Soprattutto non lo sono quando i fondatori non ci sono più e ci sarebbe davvero bisogno di creatività ma non c'è perché é stata penalizzata prima. Non è mai stata premiata la creatività, per 50 anni l’hai repressa quindi non puoi pretenderla adesso che ne hai bisogno. Si va così incontro a una carestia di Eros, di desiderio ed è la tipica carestia di queste fasi post fondazione: la gente è spenta, è spompata, manca la voglia di vivere, ma perché c'è questa esperienza di non avere molta energia residua per esprimere una posizione creativa. E queste sono le trappole di povertà cui vanno incontro queste realtà carismatiche, di cui tante sono votate al fallimento proprio per questi motivi e perché non superano la fase del “dopo il fondatore”.*

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Bruni individua molto bene il meccanismo della "gestione della paura" come controllo del dissenso. Ma di cosa si tratta? La paura è un sentimento che in prima e in ultima istanza ha a che fare con la vita. È perché percepiamo il valore della vita che proviamo paura. La paura é quindi necessaria, serve a custodire la vita. Ma come tutte le cose dovrebbe esistere in equilibrio col resto. La paura può anche determinare la cessazione della vita stessa. Avere paura di inciampare mentre si cammina aiuta ad avere un passo sicuro e attento. Ma un'eccessiva paura di cadere, quindi una vera e propria nevrosi, porterebbe alla stasi e alla morte per inedia.

La paura nasce dall'ignoto. L'ignoto cessa di essere tale, una volta che svelandolo lo si conosce. Conoscere significa quindi affrontare la paura. Ma si può anche rinunciare a svelare l'ignoto per assestarsi sulla difensiva di quello che già si conosce. Ma ahimè la vita é sempre nuova, Dio è sempre novità. Quindi rinunciare a svelare l'ignoto, oltre che scelta stolta e poco intelligente, significa scegliere la morte, la stasi, la rinuncia a qualsiasi movimento. Rinunciare ad affrontare l'ignoto, significa quindi rinunciare al futuro. Da Abramo in poi Dio chiede sempre di lasciare il noto per l'ignoto e tutta la storia della fede è caratterizzata da persone che si sono sottratte alla forza centrifuga della consuetudine per lanciarsi nell'avventura con Dio.

L'ignoto è prima di tutto qualcosa di diverso dal noto. La paura allora non sta soltanto in quello che non si conosce ma piuttosto in quello che è diverso da quello che già si conosce. Perché quindi si ha paura del “nuovo”, del “diverso”? Semplicemente perché il nuovo non è codificabile con le categorie già acquisite, altrimenti non sarebbe “nuovo”. Occorre quindi tanta confidenza in Dio per non essere legati a niente, nemmeno a quelle certezze che ci hanno guidati. Quindi saper affrontare il futuro, saper e voler svelare l'ignoto ha a che fare con Dio, prima di tutto, e poi con la cultura, perché l'ignoto é conoscibile, almeno in parte. Quindi sopravvive solo chi si affida a Dio e fa tutta la sua parte per conoscere.

È esattamente questa la sfida che devono affrontare i focolarini. Nei focolari ho sovente notato una diversa gerarchia in questo tipo di paura. Prima di tutto paura del “diverso”, poi del “nuovo”. La diversità non é mai stata ben vista in focolare, soprattutto in quelli femminili. Credo che per le focolarine sia difficile anche solo leggere queste considerazioni: le troverebbero subito eretiche. Avrebbero appunto paura e si chiuderebbero sulla difensiva. Invece aprirsi al nuovo, al diverso, é l'unica strada per non morire. Ognuno sul proprio “raggio” e man mano che ci si avvicina al sole ci si avvicinerebbe gli un gli altri. Chiara Lubich, almeno nei primi tempi, non hai mai detto “dovete percorrere tutti il mio raggio” (poi purtroppo ha ceduto alla vanità di vedersi ripetuta nei suoi adepti. È tristemente famoso il suo slogan “essere una piccola Chiara”). Ma se ognuno ha il suo raggio da percorrere, ognuno é una “parola” di Dio unica, irripetibile, allora la diversità é ontologica. Invece volere a tutti i costi zittire la “diversità” va contro i piani di Dio, e soprattutto uccide la persona, perché la si costringe a tempi e spazi non suoi e a rinunciare alla sua unicità. Insomma si va contro il quinto comandamento. Giusto per far riflettere il grado di gravità di questo modo di fare, abuso gravissimo.

Ma di cosa davvero hanno paura i focolarini e soprattutto le focolarine? Dopo tutti questi anni sono arrivato alla considerazione che il “diverso” il non “allineato”, quello "fuori dall'unità" (dialetto focolarino) rivela che il re é nudo, cioè smaschera una mancanza palese a tutti ma che nessuno si azzarda a denunciare. Dice cioè che, apparentemente dietro la paura del diverso e la solerzia di ostinarsi a custodire la tradizione, ripetendo pedissequamente formule e contenuti, spesso non c'è nulla, ma solo un vuoto spirituale assordante. Manca cioè la Vita che di per sé sarebbe sempre qualcosa di nuovo, per definizione.

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Luigino e il serpente


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* Sabato 11 marzo 2023, Parma. “La comunità fragile” incontro con Luigino Bruni (vedi link). Non ce ne voglia Lugino Bruni, abbiamo sbobinato una delle sue risposte e ci siamo permessi di renderla in una forma leggibile. È un tema presente anche nel suo libro, ma questa risposta a braccio è decisamente più efficace.

Commenti

  1. Non sono un foc tuttavia ho molto a che fare e discutere con loro, su una cosa concordo pienamente... soprattutto le focolarine...anche nelle tdg ,uguali, non cambiano idea neanche di fronte a delle prove,credetemi.... davanti aduna foto...la foto era sbagliata, poi ci sono anche dei focolarini nè

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  2. Perfetta descrizione delle dinamiche di controllo del consenso. Un tempo le definivano "istituzioni totali", esattamente perché impegnate in una desperdonalizzazione sistematica (i goulag, le carceri, le comunità religiose). Aggiungerei tuttavia un altro aspetto: la fatica,. In queste dinamiche ci si sente estenuati, stanchi di dover giustificare ogni pensiero, ogni respiro...a volte infatti, la stanchezza è più intensa della paura....

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    1. Grazie di questo commento prezioso. È verissimo e tanti lo possono testimoniare.

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  3. Come il profeta Geremia: calunniato, isolato si ritrova esausto e svuotato del senso della propria vita!

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