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By Francesco Murru
Un uccellino mi ha riferito una notizia direttamente dall’ultimo raduno dei focolarini in cui, a quanto pare, Padre Fabio Ciardi avrebbe consigliato a questi ultimi che, vista la grandezza della luce del carisma di Chiara Lubich, invece che focolarini dovrebbero chiamarsi Clarettiani. Sorvoliamo sul nome che suona tipo Rettiliani con tutti gli annessi e connessi che si porta dietro questa assonanza.
Un uccellino mi ha riferito una notizia direttamente dall’ultimo raduno dei focolarini in cui, a quanto pare, Padre Fabio Ciardi avrebbe consigliato a questi ultimi che, vista la grandezza della luce del carisma di Chiara Lubich, invece che focolarini dovrebbero chiamarsi Clarettiani. Sorvoliamo sul nome che suona tipo Rettiliani con tutti gli annessi e connessi che si porta dietro questa assonanza.
E così padre Fabio Ciardi, dopo essersi sbilanciato incautamente e anzitempo più volte sulla santità di Chiara Lubich (vedi link), ora rilancia e propone un rebranding ai focolarini, operazione che, solitamente, non va quasi mai a buon fine, per ovvi motivi. Infatti se c’è almeno una cosa nella fenomenologia focolarina che non rimanda a Chiara Lubich è proprio il nome “focolare”, “focolarino” che evoca il calore del fuoco, l’ardore della carità, l’essere una famiglia, il consumarsi insieme come tizzoni ardenti per far brillare solo Dio, ecc… Rinunciare a questo nome a favore dell’ennesimo appiattimento sulla cara leader sarebbe fatale. È talmente lapalissiano che dà fastidio pure il doverlo rimarcare. Ma probabilmente Ciardi voleva fare il simpaticone e strappare un applauso dalla sala compiacente.
Insomma non sono bastati i Chiarelli e le Chiarelle, i Chiaretti e le Chiarette, (era il modo in cui prima venivano chiamati i capizona e le capozona del movimento dei focolari e i responsabili e le responsabili al centro di coordinamento a Grottaferrata). Questo secondo il principio della “Rosa Mistica” teorizzato in una delle visioni del famoso “paradiso del ‘49”:
“Nella nostra unità di ”noi” e le pope ogni tanto tutte le pope si uniranno a noi a formare (come un) il bocciolo d’una mistica rosa. Poi dal centro si distingueranno staccheranno ( a lode e ripetizione della Trinità) (come) in tanti petali ognuno dei quali si formerà (in rosa) in bocciolo di rosa con altri petali suddividentisi e formanti a loro volta altri boccioli … Il tutto poi tornerà al bocciolo cuore …” (23 Luglio 1949)
È certamente un’immagine suggestiva se non fosse appunto che questo “bocciolo cuore” da cui partire e a cui tornare è Chiara Lubich stessa mica Dio. E aver voluto chiamare i suoi più stretti collaboratori e collaboratrici come sé rivela che per lei erano una sua emanazione e questo si aspettava da loro: che la “ripetessero” acriticamente.
Chiara era poi avvezza a dare dei nomi “nuovi” ai suoi adepti, ai focolarini soltanto – alle focolarine, che mi risulti, non ha mai dato nomi nuovi che rimandassero a lei: doveva esserci una e una sola Chiara evidentemente. Abbiamo così un campionario di nomi che vanno da Chiaretto (Pasquale Foresi cofondatore), Chiarama (anima di Chiara), Clari (diminutivo di Claritas), Iride (iride dell’occhio di Chiara) e via così…
Chiara Lubich è sempre stata molto consapevole del suo ruolo, sin dagli inizi. Un episodio simpatico ma rilevante lo si può leggere anche nella “Casetta” di Michele Zanzucchi. A pagina 61 si trova questo racconto:
“Quel pomeriggio, era il 7 di luglio del 1944, Grazia De Luca passò dove Chiara faceva ancora dopo-scuola, all'Opera Serafica, da dove avrebbe poi raggiunto una stazioncina del treno che l'avrebbe portata nel paesino dove la sua famiglia era sfollata. Appena Chiara la vide, le chiese a bruciapelo: «Sei pronta a dare la vita per un fratello?». Grazia, quasi offesa per una tale domanda, rispose subito di sì. Chiara, allora, le spiegò la questione: «Tu sai che mio fratello lavora come medico nell'ospedale di Pergine. Sai bene che Gino è partigiano. Ora, i nazisti lo stanno cercando. Dovresti arrivare prima di loro e dargli questa mia lettera, raccomandandogli di eseguire quanto scrivo, cioè distruggere i documenti che ha. Grazia, sappilo: se arrivano loro prima di te, farai la stessa fine di Gino, sarai giustiziata sul posto».”
Ci si chiede come mai Chiara non sia andata lei stessa ad avvisare suo fratello; una sorella avrebbe dato meno nell’occhio di una emerita sconosciuta. La probabile risposta credo stia nella comprensione che Chiara Lubich aveva del suo ruolo e della sua missione. Una sua compagna era sacrificabile, lei no.
Le iperboli e le esagerazioni sul culto della persona di Chiara Lubich sarebbero un fenomeno che meriterebbe uno studio a parte. Le lettere delle comunicazioni interne del movimento dei focolari, ad esempio, firmate con “restiamo in Chiara”, “in Chiara”, “in unità con Chiara” ecc… sono documenti importanti che certificano un modo di fare storto ed fuorviante a cui non si è mai voluto porre rimedio. Forse anche per questo Chiara Lubich stessa, probabilmente rendendosi conto della troppa centralità della sua figura e del suo ruolo, condensò questo suo pensiero nelle ben note parole “... chi mi perde è un'altra me”. Che fa sorridere perché da una parte si chiama fuori per poi subito riprendersi la scena. Se avesse detto "chi mi perde rimette Dio al primo posto" ben altro sarebbe stato il risultato.
“Perdere Chiara” resta comunque la sfida, sempre attuale. Focolarini non date retta a Ciardi, restate “focolarini” per carità!
Insomma non sono bastati i Chiarelli e le Chiarelle, i Chiaretti e le Chiarette, (era il modo in cui prima venivano chiamati i capizona e le capozona del movimento dei focolari e i responsabili e le responsabili al centro di coordinamento a Grottaferrata). Questo secondo il principio della “Rosa Mistica” teorizzato in una delle visioni del famoso “paradiso del ‘49”:
“Nella nostra unità di ”noi” e le pope ogni tanto tutte le pope si uniranno a noi a formare (come un) il bocciolo d’una mistica rosa. Poi dal centro si distingueranno staccheranno ( a lode e ripetizione della Trinità) (come) in tanti petali ognuno dei quali si formerà (in rosa) in bocciolo di rosa con altri petali suddividentisi e formanti a loro volta altri boccioli … Il tutto poi tornerà al bocciolo cuore …” (23 Luglio 1949)
È certamente un’immagine suggestiva se non fosse appunto che questo “bocciolo cuore” da cui partire e a cui tornare è Chiara Lubich stessa mica Dio. E aver voluto chiamare i suoi più stretti collaboratori e collaboratrici come sé rivela che per lei erano una sua emanazione e questo si aspettava da loro: che la “ripetessero” acriticamente.
Chiara era poi avvezza a dare dei nomi “nuovi” ai suoi adepti, ai focolarini soltanto – alle focolarine, che mi risulti, non ha mai dato nomi nuovi che rimandassero a lei: doveva esserci una e una sola Chiara evidentemente. Abbiamo così un campionario di nomi che vanno da Chiaretto (Pasquale Foresi cofondatore), Chiarama (anima di Chiara), Clari (diminutivo di Claritas), Iride (iride dell’occhio di Chiara) e via così…
Chiara Lubich è sempre stata molto consapevole del suo ruolo, sin dagli inizi. Un episodio simpatico ma rilevante lo si può leggere anche nella “Casetta” di Michele Zanzucchi. A pagina 61 si trova questo racconto:
“Quel pomeriggio, era il 7 di luglio del 1944, Grazia De Luca passò dove Chiara faceva ancora dopo-scuola, all'Opera Serafica, da dove avrebbe poi raggiunto una stazioncina del treno che l'avrebbe portata nel paesino dove la sua famiglia era sfollata. Appena Chiara la vide, le chiese a bruciapelo: «Sei pronta a dare la vita per un fratello?». Grazia, quasi offesa per una tale domanda, rispose subito di sì. Chiara, allora, le spiegò la questione: «Tu sai che mio fratello lavora come medico nell'ospedale di Pergine. Sai bene che Gino è partigiano. Ora, i nazisti lo stanno cercando. Dovresti arrivare prima di loro e dargli questa mia lettera, raccomandandogli di eseguire quanto scrivo, cioè distruggere i documenti che ha. Grazia, sappilo: se arrivano loro prima di te, farai la stessa fine di Gino, sarai giustiziata sul posto».”
Ci si chiede come mai Chiara non sia andata lei stessa ad avvisare suo fratello; una sorella avrebbe dato meno nell’occhio di una emerita sconosciuta. La probabile risposta credo stia nella comprensione che Chiara Lubich aveva del suo ruolo e della sua missione. Una sua compagna era sacrificabile, lei no.
Le iperboli e le esagerazioni sul culto della persona di Chiara Lubich sarebbero un fenomeno che meriterebbe uno studio a parte. Le lettere delle comunicazioni interne del movimento dei focolari, ad esempio, firmate con “restiamo in Chiara”, “in Chiara”, “in unità con Chiara” ecc… sono documenti importanti che certificano un modo di fare storto ed fuorviante a cui non si è mai voluto porre rimedio. Forse anche per questo Chiara Lubich stessa, probabilmente rendendosi conto della troppa centralità della sua figura e del suo ruolo, condensò questo suo pensiero nelle ben note parole “... chi mi perde è un'altra me”. Che fa sorridere perché da una parte si chiama fuori per poi subito riprendersi la scena. Se avesse detto "chi mi perde rimette Dio al primo posto" ben altro sarebbe stato il risultato.
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