"L'obbedienza non è più una virtù,
ma la più subdola delle tentazioni."
Don Lorenzo Milani
di Francesco Murru
Esiste un aspetto della crisi del movimento dei focolari che raramente viene affrontato in modo esplicito: la condizione delle focolarine e dei focolarini consacrati (1), persone che hanno strutturato l’intera propria esistenza all’interno del movimento dei focolari, spesso senza più famiglia propria, senza rete sociale, senza patrimonio, senza carriera esterna, con competenze spendibili per lo più solo all’interno dell’ecosistema focolarino.
Si tratta di circa 3800 persone (2), con un’età media elevata, che, per la maggior parte, non dispongono più di risorse materiali, professionali o relazionali sufficienti per immaginare e pianificare un’alternativa di vita al di fuori del movimento, qualora lo desiderassero. In termini sociologici ed esistenziali sono persone ad altissima dipendenza istituzionale.
Se, per qualche motivo, il movimento dei focolari dovesse collassare, venisse commissariato, si ridimensionasse drasticamente, oppure sopravvivesse come guscio burocratico, il rischio non sarebbe solo “spirituale” o “vocazionale”: sarebbe una possibile catastrofe biografica di massa. Il problema non sarebbe quindi la sopravvivenza della struttura, ma la tutela concreta di persone che hanno affidato ad essa la totalità della propria vita. Qualunque processo di riforma, rinnovamento o ridefinizione del movimento dei focolari non può eludere questa responsabilità. Senza un pensiero esplicito sul futuro reale dei consacrati, ogni discorso sul cambiamento rischia di restare astratto.
Si tratta di circa 3800 persone (2), con un’età media elevata, che, per la maggior parte, non dispongono più di risorse materiali, professionali o relazionali sufficienti per immaginare e pianificare un’alternativa di vita al di fuori del movimento, qualora lo desiderassero. In termini sociologici ed esistenziali sono persone ad altissima dipendenza istituzionale.
Se, per qualche motivo, il movimento dei focolari dovesse collassare, venisse commissariato, si ridimensionasse drasticamente, oppure sopravvivesse come guscio burocratico, il rischio non sarebbe solo “spirituale” o “vocazionale”: sarebbe una possibile catastrofe biografica di massa. Il problema non sarebbe quindi la sopravvivenza della struttura, ma la tutela concreta di persone che hanno affidato ad essa la totalità della propria vita. Qualunque processo di riforma, rinnovamento o ridefinizione del movimento dei focolari non può eludere questa responsabilità. Senza un pensiero esplicito sul futuro reale dei consacrati, ogni discorso sul cambiamento rischia di restare astratto.
L’origine
Vorrei mettere in evidenza un punto che raramente viene detto in modo netto: il modello carismatico personalistico della Lubich ha prodotto una generazione di consacrati non ri-collocabili. La proposta spirituale di Chiara Lubich non ha previsto forme mature di autonomia personale e non ha favorito percorsi individualizzati (salvo rare eccezioni). Perché? Perché tutto era costruito, strutturato e pensato attorno a Chiara e finché Chiara c’era. Ma non solo.Per capire infatti la crisi dei consacrati del movimento dei focolari occorre partire dalle parole, dalla narrazione, dagli slogans ripetuti per decenni come istruzioni pseudo spirituali: “morire a sé stessi”, “tagliarsi la testa”, “fare il vuoto”, “annullarsi”, “rinunciare alla propria volontà per fare quella di Dio”, “fare unità”, ecc… Non si tratta di metafore poetiche. Sono — o sono diventate — istruzioni di formazione della persona. E il soggetto che producono ha caratteristiche molto specifiche: è disponibile, privo di resistenza interiore, incapace di opposizione, allergico al conflitto, abituato a dissolvere il proprio punto di vista nel "noi" collettivo.
Non c'è da meravigliarsi e non sto rivelando chissà quale mistero: stando infatti all'ottima ricostruzione di Michele Zanzucchi in "La Casetta" (3) sappiamo che persino il primo statuto del1947 del nascente movimento dei focolari, approvato dal vescovo mons. de Ferrari, prevedeva la rinuncia completa a sé stessi, alla propria personalità.
La proposta spirituale della Lubich in questo è stata efficacissima e ha “prodotto” esattamente ciò che prometteva: persone disposte ad annullarsi e a mettere da parte sé stesse. Il guaio è che questa non è santità ma, in termini psicologici, una forma sistematica e culturalmente legittimata di soppressione del sé.
La proposta spirituale della Lubich in questo è stata efficacissima e ha “prodotto” esattamente ciò che prometteva: persone disposte ad annullarsi e a mettere da parte sé stesse. Il guaio è che questa non è santità ma, in termini psicologici, una forma sistematica e culturalmente legittimata di soppressione del sé.
L'unità fusionale
Al centro della proposta spirituale della Lubich c'è il concetto di unità. Ma unità tra chi? Tra due soggetti distinti che si incontrano mantenendo la propria consistenza? O tra individui che si dissolvono in un pericoloso “uno” indistinto? La risposta, se si tiene conto della prassi concreta del movimento e di cui ho fatto esperienza in prima persona, è la seconda. L'"unità" focolarina non presuppone alterità bensì fusione. Non ci sono due persone che si riconoscono nella loro differenza e costruiscono qualcosa insieme. C'è un campo magnetico centripeto che attrae e uniforma. L'individuo non porta sé stesso nella relazione: vi porta la propria disponibilità ad annullarsi e scomparire. (vedi link)Questa prassi ha conseguenze antropologiche precise. Una persona formata per anni all'annullamento sistematico della propria individualità non sviluppa le capacità cognitive ed emotive necessarie per abitare la propria vita in modo autonomo: il giudizio critico, la tolleranza del conflitto, la capacità di desiderare in prima persona, il coraggio di dissentire, la possibilità di immaginarsi altrove. Queste funzioni — che nella maturità adulta normale si consolidano — nel sistema focolarino vengono quantomeno scoraggiate, quando non anche patologizzate o reinterpretate come segni di immaturità spirituale (o peggio di non aver capito il Carisma).
"Tagliarsi la testa" non è un'immagine innocente, non lo è mai stata: lo specifico per chi provasse ad obiettare che “...eh ma bisogna contestualizzare, erano altri tempi, ora non é più così, ecc…”. È una richiesta esplicita, violenta e sopratutto indebita di neutralizzare il pensiero critico. E quando questa richiesta viene fatta sopratutto a una persona giovane, in un contesto totalizzante, ripetuta per anni come via alla santità — il danno rischia di essere strutturale.
Il paradosso della fondatrice
C'è poi una contraddizione che non si è mai voluto vedere: mentre ai consacrati veniva chiesto di annullarsi, Chiara Lubich non si annullava affatto. Conservava — e amplificava — la propria personalità, il proprio stile inconfondibile, la propria voce, la propria visione. Era presente, carismatica, riconoscibile, autorevole, creativa. Aveva un'agenda, aveva idee, prendeva decisioni, ispirava, dirigeva e comandava a bacchetta, e lo ha fatto per tutta la vita. Il modello implicito era quindi questo: lei piena, tutti gli altri vuoti. Lei il soggetto, gli altri il medium attraverso cui il suo carisma si sarebbe dovuto diffondere. Lei la sorgente, i consacrati i canali. lei “madre” e i suoi sottoposti “popi” e “pope”, ossia bambini.Non è un dettaglio marginale che la Lubich chiamasse i propri consacrati "popi" e "pope" — termini del dialetto trentino che significano letteralmente "bambini". Non è affetto ingenuo: è una definizione. Il modello relazionale che quella parola suggerisce (al di là del significato poi attribuitole del “bambino evangelico”) non è quello della fraternità tra adulti — che pure la tradizione religiosa conosce e pratica — ma quello della dipendenza infantile da una figura genitoriale. Rispetto a "frate" e "suora", termini che presuppongono una parità orizzontale, "popo/a" presuppone minorità strutturale, tutela permanente, incapacità costitutiva di stare in piedi da soli.
Questa non era una contraddizione accidentale nel sistema. Era ed è la sua struttura portante. Un carisma personalistico implica un centro pieno e una periferia svuotata. E questo sistema ha funzionato finché c'era Chiara a riempire tutto lo spazio. In un certo senso questa dinamica continua ancora oggi nel proporre e riproporre Chiara ogni volta che è possibile farlo, a proposito e sovente a sproposito.
Questa è la catastrofe biografica dei circa 3800 consacrati/e oggi. Non è un effetto collaterale di una crisi organizzativa. È il prodotto logico, prevedibile, di una proposta spirituale che ha chiesto alle persone di smettere di essere individui e ci è riuscita.
Questa non era una contraddizione accidentale nel sistema. Era ed è la sua struttura portante. Un carisma personalistico implica un centro pieno e una periferia svuotata. E questo sistema ha funzionato finché c'era Chiara a riempire tutto lo spazio. In un certo senso questa dinamica continua ancora oggi nel proporre e riproporre Chiara ogni volta che è possibile farlo, a proposito e sovente a sproposito.
Quando la sorgente si spegne
Chiara Lubich muore nel 2008. Con lei si spegne il centro vivo del sistema. E qui emerge nella sua gravità la conseguenza logica della sua proposta spirituale: migliaia di persone formate alla rinuncia di sé si trovano senza Chiara che le teneva in piedi. Chi che per decenni ha sistematicamente soppresso desideri propri, opinioni proprie, progetti propri — che ha imparato a chiamare "volontà di Dio" ciò che era in realtà adattamento al gruppo, conformità all'istituzione, obbedienza cieca a Chiara e al suo carisma — quel soggetto non ha risorse interiori utili quando il sistema che lo conteneva inizia a sgretolarsi. Non sa cosa vuole. Non sa chi è al di fuori del ruolo. Non ha un linguaggio per dire "io". Ha un sé atrofizzato, non per debolezza caratteriale, ma per scelta dottrinale reiterata per tutta una vita.Questa è la catastrofe biografica dei circa 3800 consacrati/e oggi. Non è un effetto collaterale di una crisi organizzativa. È il prodotto logico, prevedibile, di una proposta spirituale che ha chiesto alle persone di smettere di essere individui e ci è riuscita.
Non si tratta di una manipolazione deliberata. Non lo è, o almeno non lo è stata nella maggior parte dei casi. La Lubich credeva probabilmente in quello che insegnava. I responsabili del movimento probabilmente ci credevano. Si è trattato di una proposta spirituale sinceramente vissuta che però ha prodotto effetti antropologicamente devastanti. L'irresponsabilità sta nell'aver costruito un sistema totale senza mai chiedersi cosa sarebbe successo alle persone che lo abitavano una volta che quel sistema sarebbe venuto meno. Non perché nessuno ci abbia pensato. Ma perché il sistema, per sua natura, non poteva pensarci: prevedere la propria fine avrebbe significato limitare la propria assolutezza. Sarebbe spettato alla Chiesa vigilare di più e meglio.
Il ruolo della Chiesa
Proprio la Chiesa cattolica, in tutta questa vicenda, avrebbe avuto sia l'autorità canonica che l'obbligo morale di vigilare. Il movimento dei focolari infatti non è nato e cresciuto in un vuoto. È cresciuto dentro la Chiesa, con la sua approvazione, sotto la sua giurisdizione, con il suo endorsement esplicito. Giovanni Paolo II ne fece un simbolo della nuova evangelizzazione. Benedetto XVI ne lodò il carisma. I papi hanno abbracciato Chiara Lubich, l'hanno legittimata, l'hanno usata come prova vivente della vitalità della Chiesa post-conciliare. Il Vaticano ha riconosciuto canonicamente le sue forme di vita consacrata.Il diritto canonico prevede strumenti precisi di supervisione sui movimenti ecclesiali. Visite apostoliche, relazioni periodiche, controllo sulle forme di vita consacrata, tutela dei diritti dei fedeli. Questi strumenti esistono esattamente per evitare ciò che è accaduto nei focolari: la concentrazione di potere carismatico in una persona sola, la formazione di strutture totalizzanti, la soppressione sistematica dell'autonomia personale.
Questi strumenti non sono stati usati o sono stati usati in modo insufficiente, questo perché i benefici politici, simbolici e finanziari del movimento erano troppo grandi per rischiare uno scontro. I focolari portavano fedeli, vocazioni, risorse, visibilità internazionale, un'immagine di Chiesa giovane, unita, missionaria. Erano troppo utili per essere esaminati con rigore ed eventualmente corretti.
La Chiesa ha attivamente sfruttato Chiara Lubich e il suo movimento per i propri fini istituzionali senza probabilmente mai davvero interrogarsi o avendo piena coscienza di cosa stesse avallando. (vedi link) La Lubich è stata proiettata su palcoscenici globali, ha ricevuto premi e onorificenze, è stata presentata come modello di santità moderna. Questo ha amplificato enormemente la sua autorità interna al movimento, ha reso ogni critica verso di lei ancora più impraticabile, ha consolidato quel meccanismo di infallibilità carismatica che è alla radice del problema. In un senso preciso: la macchina di legittimazione ecclesiale ha contribuito a rendere la Lubich inattaccabile e quindi il sistema focolarino impermeabile alla correzione.
La responsabilità
In ogni caso comunque l’irresponsabilità più grave ricade sulla fondatrice e su chi l’ha assecondata senza porre distinguo (vedi link) e consiste nell’aver assolutizzato il carisma senza istituzionalizzarlo in modo trasmissibile e personalizzabile. In altre parole aver strutturato un movimento centrato su una persona, Chiara. Non essere riusciti a tradurre questo paradigma in strutture capaci di sopravvivere alla sua scomparsa né in percorsi differenziati per soggetti reali, concreti, diversi da lei. Questo ha prodotto una proposta spirituale difficilmente incarnabile senza l’oggetto carismatico originario, un’“unità” che ha “funzionato” solo finché Chiara era viva, consacrati che, una volta venuta meno lei, per la maggior parte, non sanno più chi essere né cosa fare.Non c’è un “piano B”
Molti consacrati oggi non hanno un’immagine del futuro, non hanno un linguaggio nuovo, non hanno un’agenda propria, non hanno spazi di iniziativa reale. Non perché siano incapaci, ma perché sono stati formati a ripetere, non a generare, a custodire un paradigma, non a trasformarlo, a vivere dentro una forma data, non a inventarne una nuova. Una volta venuta meno Chiara queste persone sono rimaste senza prospettiva, idee, azioni e la loro condizione si può descrivere come un lutto non elaborato a livello istituzionale.Tutto questo spiega meglio la crisi storica del movimento dei focolari più di qualsiasi altra causa. La crisi non è solo demografica, culturale, ecclesiale e organizzativa. È una crisi di sopravvivenza biografica. Un sistema che ha chiesto tutto, ha promesso senso totale, ma non ha previsto la propria fine né il dopo. E questo genera disincanto, rabbia silenziosa, paralisi, cinismo.
Inoltre il paradosso più doloroso e scomodo è questo: chi resta, spesso lo fa perché non può andarsene. Chi se ne va, spesso lo fa tardi, ferito e sovente senza strumenti. Chi governa, spesso non osa dire la verità per paura di far crollare tutto. E così si continua a gestire il declino, a ritualizzare il carisma, a produrre documenti, mentre migliaia di vite rischiano di restare sospese.
Questa mia riflessione è un tentativo di dire che dietro le strutture ci sono persone vulnerabili, che il problema non è “salvare il movimento” ma salvare vite reali, concrete. Se la governance focolarina non affronta ora la questione dei consacrati (sopratutto quelli più anziani), la mancanza di prospettive reali, l’impossibilità di personalizzare il carisma… allora qualunque riforma rischia di essere solo fumo, qualunque assemblea un rinvio, qualunque documento un’anestesia. E il prezzo non lo pagheranno le strutture, ma i quasi 4000 consacrati e consacrate.
Il corollario degli sposati
A questo scenario già drammatico si potrebbe aggiungere un’aggravante strutturale spesso ignorata, che riguarda la vasta schiera di focolarine e focolarini sposati (circa 3500). Secondo una consolidata "buona prassi" interna, in caso di vedovanza, la persona sposata, se lo desidera, è invitata a compiere il passo della vita comune, trasferendosi nei focolari insieme ai consacrati celibi. Se per il movimento dei focolari la gestione dei circa 3.800 consacrati attuali rappresenta già un’emergenza umanitaria e logistica "esplosiva", l'eventuale afflusso di vedovi e vedove — persone spesso in età avanzata, con bisogni assistenziali crescenti e, talvolta, con situazioni patrimoniali altrettanto fragili — trasformerebbe la crisi in una catastrofe irreversibile. Questo dettaglio rivela il vizio di forma originario dell’intero impianto: una struttura pensata su un’astrazione ideale, che ha ignorato le leggi elementari della demografia e della biologia e non ha fatto i conti con la realtà. È la prova definitiva che il sistema non è stato progettato per durare nel tempo reale delle persone, ma è rimasto prigioniero di un disegno utopico che non ha previsto un "Piano B" per la vecchiaia dei suoi membri.
L'assemblea 2026
Il movimento si prepara alla prossima assemblea con documenti che parlano di sinodalità, aggiornamento delle strutture, nuove forme di partecipazione, ecc… Ma per lo più si tratta di testi che evitano la domanda da un milione di dollari: "...cosa ne facciamo di migliaia di persone cui abbiamo insegnato a rinunciare alla propria individualità e ad annullarsi?"È una domanda politica, istituzionale, etica. E finché non entra esplicitamente nell'agenda, con nomi, risorse, strutture, diritti, qualunque documento approvato è, nella migliore delle ipotesi, un rinvio. Nella peggiore, un'ulteriore forma di quello stesso annullamento che ha prodotto il problema. Perché anche il silenzio su questo è una forma di "tagliarsi la testa". Solo che stavolta non è una scelta spirituale. È un'omissione politica. E le omissioni politiche hanno conseguenze sulle vite reali.
Le responsabilità oggi riguardano la governance, gli organi centrali, le élite decisionali e la gestione del tempo post-fondativo, e consistono in una cosa precisa: non aver ancora messo al centro, in modo esplicito e operativo, il destino concreto dei consacrati. È inutile illudersi su una “rifondazione carismatica”, un nuovo centro simbolico, una nuova narrazione salvifica, una ripartenza vocazionale di massa. Quel tempo è probabilmente finito. Continuare ad aspettarlo e sognarlo rischia di essere un lusso infantile da irresponsabili.
Nei documenti preparatori non sembra esserci una piena e strutturata consapevolezza della "catastrofe biografica" che attende i consacrati, e il movimento dei focolari appare fortemente sbilanciato sul tentativo di "ritrovare un senso" piuttosto che sul garantire la sopravvivenza materiale e dignitosa dei suoi membri consacrati.
Il movimento dei focolari si sta preparando all'Assemblea 2026 come se dovesse ristrutturare un'azienda in crisi di identità, non come se dovesse gestire un'emergenza umanitaria interna. Le proposte cercano di "salvare il carisma" o di "aggiornare la governance", ma manca la risposta alla "domanda etica inevitabile": come non lasciare indietro quasi migliaia di vite che non hanno un "piano B". Il rischio concreto è che si approvino documenti bellissimi sulla sinodalità e l'inclusione, mentre la "bomba sociale" dei consacrati esplode silenziosamente.
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Note
(1) Mi riferisco solo ai consacrati a vita comune che davvero lasciano tutto. E non considero in questa analisi i famosi “battitori liberi”, fenomeno quasi tutto maschile, ossia quei focolarini che in un modo o nell’altro sono riusciti a ritagliarsi degli spazi di autonomia e indipendenza (soldi, tempo, risorse ecc…) rispetto al resto dei loro fratelli e sorelle in focolare.
(2) Sulla base dei dati più recenti in mio possesso il totale complessivo dei membri dei focolari (consacrati più sposati) è di circa 7.199 persone. Le focolarine (dati novembre 2020): Il totale di 4.391 è composto da 2.507 consacrate a vita comune e 1.884 focolarine sposate. I focolarini (Dati settembre 2014): Il totale di 2.808 è composto da 1.314 consacrati a vita comune e 1.494 focolarini sposati. La ripartizione totale in percentuale per genere è la seguente:
- Sezione Femminile (focolarine): 61% del totale (corrispondenti a 4.391 membri).
- Sezione Maschile (focolarini): 39% del totale (corrispondenti a 2.808 membri).
(3) La prima approvazione | Primo maggio 1947
"Nessuno se l'aspettava in città. Sembrava che le critiche contro le giovani donne della Casetta non dovessero più fermarsi quando, forse proprio con l'intento di mettere a tacere chi criticava, mons. de Ferrari sorprese tutti e approvò gli statuti dei "Focolari dell'unità". Fu pure pubblicato una sorta di santino a soffietto che riproduceva alcuni brani di quella regola. Capitò tra le mani di Nella, ormai frequentava poco la Casetta. Tra l'altro v'era scritto che «ogni membro del focolare vi entra con la volontà decisa di darsi completamente all'opera della perfezione cristiana considerata essenzialmente sotto l'aspetto della carità e dell'unità con Dio e con i fratelli… I mezzi di perfezione sono, accanto alle pratiche di pietà ordinarie, lo sforzo eroico necessario per raggiungere l'unità con Dio e con i fratelli, il che comporta la rinuncia completa a sé stessi e la dedizione senza limiti all'amore e volontà di Dio per il momento presente»."
"La casetta - Silvia Lubich e alcune delle sue prime compagne (autunno 1944 - estate 1948)" pag.154| Michele Zanzucchi | Città Nuova Editrice
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Nota metodologica e sulla privacy: la presente analisi costituisce un’elaborazione critica condotta su documenti preparatori relativi all’Assemblea Generale 2026, esaminati nell’esercizio del diritto di cronaca e di critica riguardante un’organizzazione di rilevanza pubblica, ai sensi dei principi costituzionali e della consolidata giurisprudenza in materia di libertà di espressione. I documenti oggetto di analisi non sono destinati alla pubblicazione e non vengono in alcun modo riprodotti, diffusi o messi a disposizione di terzi; il loro esame è stato limitato esclusivamente a finalità di studio, analisi tematica e valutazione descrittiva, nel rispetto del diritto di informazione e di critica. L’analisi è stata condotta su base statistica, aggregata e tematica. In conformità alla normativa vigente in materia di protezione dei dati personali (Regolamento UE 2016/679 – GDPR) e al fine di tutelare la riservatezza delle comunicazioni interne, sono stati omessi o rimossi tutti i riferimenti a nomi propri, dati personali, dati sensibili o elementi comunque idonei a consentire l’identificazione di singoli soggetti. Parimenti, non vengono indicati riferimenti puntuali a pagine, paragrafi o contributi specifici, al fine di evitare qualsiasi possibilità di riconducibilità delle opinioni o delle espressioni analizzate a persone fisiche determinate o determinabili.
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