L'occasione d'oro

"Rifiutassimo pure ogni profondità, se cela un monte l’oro né più alcuno vuol cercarlo, lo porta in luce, un giorno il fiume, lo coglie nel silenzio dei gravidi macigni. Anche se non vogliamo: Dio matura." R.M.Rilke*

Il grappolo di carismi

Tramonto


“La mediocrità è il più grande impedimento alla santità”
Igino Giordani


By E.F.

"Formare all’autonomia significa rinunciare al pieno controllo delle coscienze, mettere tutti nelle condizioni di maturare convinzioni personali sul carisma, di trovare la propria vocazione nella vocazione, di decidere liberamene di restare o di andare, lavorare sui ‘perché’ e non sul ‘come’, cioè sulle ragioni profonde del carisma e non sulle tecniche."*

Chiara Lubich invece ha avuto paura dell'autonomia e dell'individualità, come abbiamo già detto altrove (vedi qui) e ha avuto nevroticamente paura del suo stesso carisma che al culmine della sua ispirazione intuiva come “grappolo di carismi”.** Ha avuto paura di tutto quello che lei riteneva non una eco pura del suo pensiero e ispirazione. Ben si intuisce quindi la povertà di risorse cui ha costretto la sua opera e il perché di un'emorragia continua di vocazioni.

"Senza la possibilità di sviluppare una libera creatività, inevitabilmente, ogni
aggregazione umana si sterilizza e perde la sua capacità di rinnovamento anche perché, automaticamente, esclude le persone più carismatiche e intuitive, capaci di cogliere i segni dei tempi e di dialogare con l’umanità. E questo è capitato, non di rado, anche nel movimento dei focolari, per cui ogni espressione non propriamente in linea con il “mainstream” veniva, di fatto, ignorata o, addirittura messa al bando."***

Una delle idee (mutuata da San Doroteo di Gaza. 505-565 d.c.) su cui Chiara poneva sempre molta enfasi è stata quella dei raggi e del sole. Ciascuno deve percorrere il proprio raggio e più ci si avvicina al sole più i raggi convergono e ci si avvicina gli uni agli altri. Ma Chiara non ha mai detto che si debba percorrere tutti lo stesso ed unico raggio. Il suo, ahimè, era il sogno dell'unità non dell'uniformità (vedi qui). Almeno nei primi tempi del suo movimento. “Essere tante piccole Chiara” diventò però poi un imperativo esplicito o meno, cui era difficile sottrarsi. In questo Chiara, ahimè, ha abdicato a una genuina intuizione e ha commesso un grave errore. E di conseguenza tutto è stato declinato in maniera storta, dando vita a tanti disagi, abusi morali e spirituali, e molte sofferenze inutili.

Sono persuaso che non esista una strada, un progetto di dio che valga in egual modo per tutti, cui conformarsi ad ogni costo. Se veramente dio esiste, lo penserei più propenso alla molteplicità, alla pluralità, alla prospettiva che ciascuno sia unico e insostituibile. Non sono di certo categorie del vivere e pensare focolarino, ahimè. Certamente accettare e nutrire l’idea di un grappolo di carismi dà le vertigini. Ed è molto più complesso farsi carico di fronte a dio e agli uomini della propria unicità e provare a darle frutto. È decisamente più semplice che qualcuno ti dica invece come vivere la tua vita. Ma si dimostra così una “maturità” ovina o quantomeno molto infantile. Non é un caso che Chiara abbia impostato tutto in maniera matriarcale a partire da sé stessa, come "mamma" attorniata dai suoi bambini. Infatti i focolarini si chiamano fra di loro "popi" che in dialetto trentino significa proprio bambini. Si tratta quindi di un errore sistemico e strutturale, come ben rimarca anche Luigino Bruni***:

"l’infantilismo è un fenomeno frequente nelle comunità religiose. La sua origine sta nella mancanza di una vera pratica di reciprocità tra uguali, della mancanza di riconoscimento reciproco in pari dignità, nella paura che rendere persone autonome significhi perderle, e in un rapporto immaturo con Chiara (e con i responsabili), trattata anche se in buona fede, non solo come “madre” (che già di per sé sarebbe sufficiente per l’infantilismo) ma anche come persona dotata di caratteristiche al confine tra l’umano e il divino... La radice dell’infantilismo è un'errata teoria del carisma, secondo la quale il carisma sarebbe un “crisma” consegnato unicamente alla sola fondatrice e da questa viene in parte trasmesso ai suoi seguaci; dimenticando quindi che ogni persona che partecipa di un carisma riceve questo direttamente dallo Spirito e non dal fondatore-mediatore (sebbene il fondatore abbia un suo ruolo essenziale). Perché se i membri percepiscono il fondatore come fonte esclusiva del carisma tendono a sviluppare con lui/lei un rapporto di dipendenza e non di autonomia."

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Martin Buber ne “Il cammino dell'uomo” ci insegna invece che:  Dio non dice: “Questo cammino conduce fino a me, mentre quell’altro no”; dice invece: “Tutto quello che fai può essere un cammino verso di me, a condizione che tu lo faccia in modo tale che ti conduca fino a me”. Ma in che cosa consista ciò che può e deve fare quell’uomo preciso e nessun altro, può rivelarsi all’uomo solo a partire da se stesso. In questo campo, il fatto di guardare quanto un altro ha fatto e di sforzarsi di imitarlo può solo indurre in errore; comportandosi così, infatti, uno perde di vista ciò a cui lui, e lui solo, è chiamato.  (Ergo imitare, scimmiottare, citare ogni due per tre Chiara non funziona, n.d.r.)

Così il cammino attraverso il quale un uomo avrà accesso a Dio gli può essere indicato unicamente dalla conoscenza del proprio essere, la conoscenza della propria qualità e della propria tendenza essenziale. “In ognuno c’è qualcosa di prezioso che non c’è in nessun altro”. Ma ciò che è prezioso dentro di sé, l’uomo può scoprirlo solo se coglie veramente il proprio sentimento più profondo, il proprio desiderio fondamentale, ciò che muove l’aspetto più intimo del proprio essere. Insomma l'esatto contrario della normale prassi della vita del focolare. 

Arturo Paoli ne "La pazienza del nulla" ha delle parole, a questo proposito davvero illuminanti:

"Mi sono chiesto se la tappa della "sequela Christi", tappa assolutamente personale e irripetibile, sia possibile viverla in un ambiente con uno statuto preciso e vincolante. Mi sono chiesto se strutture comunitarie come quelle che conosciamo (come il focolare ad esempio n.d.r.) permettano lo sviluppo e la liberazione della persona, o se la persona debba assoggettarvisi restando a livello di "oggetto". Penso che una libera maturazione sia possibile quando la comunità – per il numero dei componenti, per l'apertura reciproca, per la libertà di espressione lasciata a ciascuno - è consapevole della necessità di tale maturazione personale nella pluralità delle esperienze. Santa Teresa diceva – e io sono perfettamente d'accordo con lei – che si può vivere questa tappa a condizione di avere degli amici."


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*Bruni, Luigino. La comunità fragile (Italian Edition) (p. 79). Città Nuova. Kindle Edition

**Risposta alle scuole di formazione - Loppiano 2003

***Bruni, Luigino. 101 domande su Chiara Lubich



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